Così la violenza sulle donne (e la sofferenza delle persone) passa in secondo piano, per questioni politiche e di click

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Abbiamo sempre ritenuto opportuno avere un atteggiamento che sia quanto più equidistante possibile dai vari schieramenti, continuando tuttavia a sostenere a gran voce che la crisi climatica dovrebbe essere presente in qualsiasi agenda politica. Poi però, a volte crediamo sia necessario mettere i puntini sulle i – ne va della nostra etica professionale – e sottolineare quanto di sbagliato spesso ci sia nella narrazione dei fatti

Il corretto uso (o non uso) delle parole, così come dei video che girano sul web, è roba per pochi. Su di essi dovrebbe esserci scritto “maneggiare con cautela”, del tipo che non puoi parlare a vanvera o, peggio, strumentalizzare un fatto di cronaca per ragioni politiche o di click. Lo devono sapere i politici. Ne devono avere conoscenza profonda i giornalisti.

Un atto di violenza, se usato per raggiungere un obiettivo, rigenera violenza. E se un video è utilizzato in una campagna elettorale in nome di una “sicurezza nazionale” perché l’autore di uno stupro (ripreso con qualche telefonino e Dio nostro aiutaci tu) è un richiedente asilo, non fa altro che creare un deragliamento di vedute, distorsioni spietate e una narrazione dei fatti che un mondo civile non merita.

E quel mondo civile – e non si tratta del più sgradevole perbenismo – non merita nemmeno parole gettate in pasto al più affamato dei popoli, perché partoriscono una durezza di certe affermazioni che è poi difficile da scalfire.

Un politico ha il delicato compito di soppesare parole, verbi, asserzioni, convinzioni, e diciamo che i social network in questo non aiutano. Con essi si è perso totalmente il lume della ragione: da un lato le persone pensano di poter riprendere e condividere qualsiasi cosa gli venga in mente e dall’altro una campagna elettorale va avanti solo a suon di post propagandistici che gettano fumo negli occhi della gente.

Lo stupro di Piacenza

La parola sottesa qui voleva essere sicurezza.

La Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha nelle scorse ore condiviso il video (con audio agghiacciante), girato dalla finestra di un palazzo, di una violenza sessuale ai danni di una donna a Piacenza. L’uomo è stato poi arrestato in flagrante dalla polizia, ma intanto quel video è rimbalzato su ogni smartphone aggiungendo orrore su orrore.

Perché davvero noi non ci capacitiamo come qualcuno possa riprendere col telefonino uno stupro e pubblicarlo e come poi un politico del nostro Paese possa usare quei pochi secondi con tanto di urla per appoggiare una fantomatica solidarietà alla vittima. E, si chiaro, nemmeno poi le polemiche che sono scattate dall’altro fronte condividiamo: non sono strumentalizzazione anch’esse?

Non è questo quello di cui ha bisogno quella donna adesso. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno noi donne. Non c’è bisogno di scomodare il manifesto di Venezia o la Convenzione di Istanbul: chiunque abbia un minimo di senno, comprende che un uso così feroce del linguaggio politico e dei mezzi di comunicazione non rende il bene al Paese.

Nel frattempo, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria per accertare “eventuali responsabilità da parte dei soggetti che a vario titolo e per finalità diverse vi hanno proceduto e avverte tutti i titolari del trattamento a verificare la sussistenza di idonee basi giuridiche legittimanti tale diffusione”.

… e il pasticciaccio delle “devianze”

La parola sottesa qui voleva essere sanità.

Combattere le droghe, le devianze e crescere generazioni di nuovi italiani sani e determinati.

Proprio così. In una frase di mezzo rigo è stato messo tutto: devianze e sani sono termini accomunati in un bieco tentativo di spiegare l’importanza che potranno avere gli stanziamenti per lo sport.

Peccato che quel termine devianze conterrebbe di tutto, perché comprendeva: (si era letto in un post pubblicato ma dopo qualche ora cancellato):

Devianze giovanili: droga, tabagismo, ludopatia, autolesionismo, obesità, anoressia, bullismo, baby gang, hikikomori.

Una lista che ha dell’inverosimile e che include fragilità tipiche dell’età adolescenziale, o le dipendenze, che il più delle volte sono drammi. Include tutto senza distinzioni, anche patologie che con la parola devianze proprio non hanno a che fare.

L’anoressia, per esempio, è un disturbo alimentare, la ludopatia una patologia, l’hikikomori il sinonimo di un disagio sociale che non può essere preso sotto gamba. E così via. Una serie di condizioni di cui spesso soffrono i nostri stessi giovani e che dipendono da scelte comportamentali, costumi o condotte sociali, ma fanno piuttosto i conti con altri tipi di alterazioni e disagi,

Dentro il termine devianze si è insomma buttato di tutto. Peccato che nel calderone sia finita anche la sofferenza di migliaia di persone.

Il rinnovamento avverrà quando qualcuno avrà finalmente il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile, scriveva da qualche parte Andrea Camilleri. E quanto aveva ragione.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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