Chiara Ferragni, Fedez e un mare di stereotipi: sulla paternità (e sulla maternità) è ora di cambiare narrazione

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Che lavori in ufficio e dipenda da un capo o sia una influencer di successo, una donna che lavora deve sempre sentirsi inadeguata. Mala tempora currunt, ma quando finiscono?

Ricomincia puntuale – come un orologio svizzero – il simpatico valzer del “lei è donna e lui è un uomo, debbono avere ruoli precisi e predefiniti, sbattiamoli in prima pagina”. Brividi. Che non sono quelli di Mahmood e Blanco sui quali pure è piaciuto assai ricamare, anche solo per un attimo, sia mai che passi inosservato una serenata di due individui dello stesso sesso.

Qui si torna, a cadenza di un giorno sì e l’altro pure, ad entrare nel merito del lavoro di una donna. Che lei sia in un ufficio, e tutto quello che le arriva lo paga spesso caro e amaro, o il suo sia un lavoro di influencer a suon di glitter e viaggi all’estero – e non per questo meno faticato e sudato – si deve parlare.

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E si deve parlare pure male, definendo (o pensando di definire) mansioni, obblighi, necessità, chi deve fare cosa, nello schema rudimentale del medievale gioco delle parti, in cui lei ha deciso di andarsene a lavorare e lui, che resta a casa coi figli, finalmente assurge al nobile ruolo di papà. Anzi no, prima di babysitter e poi di papà.

Ma perché, quei figli chi li ha fatti? Soltanto lei col virtuosissimo contributo dello Spirito Santo?

La questione si ripropone, ancora e ancora, dopo che il quotidiano Leggo ha pensato bene di infilare un paio di titoli – uno la correzione dell’altro – sul fatto che Chiara Ferragni se ne sia andata quatta quatta a New York – oltreoceano ora è tempo di fashion week, e chi più di lei – e che Fedez si sia trovato costretto a rimanere a Milano a fare il “babysitter”.

A no il papà. Insomma, qualcosa è rimasto a fare.

Ma la nostra Chiara ci vede lungo e, praticamente abituata a frasette simili, ha subito dato la sua risposta nelle sue Stories di Instagram:

ferragni

©Chiara Ferragni/Instagram

Una mamma che lavora perché deve essere giudicata negligente? Una mamma che si sente bene con il proprio corpo perché si deve sentire in colpa? Una mamma che non dimentica di essere anche donna, moglie, lavoratrice, figlia, amica perché deve essere discriminata?

Come madre, imprenditrice e donna ho la fortuna di poter dedicare molto più tempo alla mia famiglia e ai miei bambini di quanto sia concesso alle donne che lavorano sotto un capo, ma non è comunque abbastanza per un certo tipo di giornalismo maschilista e tossico. Noi donne dobbiamo ancora una volta fare il doppio per essere apprezzate la metà! A me stessa e a tutte voi dico: non rinunciamo a lottare e a pretendere di essere considerate al pari degli uomini.

Che stanchezza, che stanchezza. Questi titoli sono la dimostrazione che le opportunità di una donna – secondo convenzione sociale – finirebbero laddove comincia il ruolo di mamma. Un ruolo che, a sua volta, così come stanno le cose, continua a essere considerato un limite alla carriera, un abisso al di là del quale o c’è solo genitorialità al 100% o c’è solo il lavoro al 100%. Niente via di mezzo e, attenzione, se ci dovesse essere solo il lavoro al 100% la donna verrebbe comunque colpevolizzata di non aver voluto figli in nome di una carriera o di chissà quali fatti che agli altri poco devono interessare.

Di contro, un papà che fa il papà è ridotto al mero compagno del corollario quotidiano, quello che se non c’è non fa nulla e che se c’è aiuta (finalmente), ma in qualità di babysitter (leggi: persona totalmente estranea ai fatti).

Che stanchezza, sul serio. Basta!

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Fonte: Instagram

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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