Barbie Ferreira: la star di Euphoria e la body positivity a tutti i costi (che può essere tossica)

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Va bene il body positivity, ma se ognuno vivesse il proprio corpo liberamente senza una ostentata positività e senza per forza doversi etichettare?

Di self acceptance e body positivity se ne discute ormai da un pezzo, e finalmente, anche se certi stereotipi sono certamente durissimi a morire. Ma, attenzione, questo parlare può ritorcersi contro e tradursi in qualcosa di controproducente: chi l’ha detto che debba essere così sicura di me?

Un sasso che scaglia Barbie Ferreira, l’attrice e modella statunitense che nella serie Euphoria, ora in streaming alla seconda stagione, interpreta Kat Hernandez, una ragazza che da timida diventa sempre più sicura di sé e accetta – appunto – il rapporto con il suo corpo.

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Ed è più o meno la stessa medesima lezione che ci aveva splendidamente fornito anche Noemi:

Ho imparato a non avere paura dell’onestà di chiedersi “Chi sono?” e avvicinarsi a quello che si crede di volere. Abbiamo il diritto di diventare chi vogliamo, disse la cantante all’indomani del suo successo a Sanremo.

Ora la Ferreira, in un’intervista a InStyle lancia un altro importante appello:

Non voglio che tutti si soffermino su quanto sono sicura di me, perché non lo sono.

A significare il fatto che il culto della positività a tutti i costi, specialmente se applicato al corpo, rischia di diventare tossico. Esattamente quanto la ricerca esasperata della perfezione.

Body positivity, cos’è?

Body positive fu un neologismo che nacque  nasce tra il 2010 e il 2011, quando moltissime donne considerate oversize cominciarono sui social a celebrare con fierezza il proprio corpo.

Da lì è stato un attimo perché con “Body Positivity” ci si riferisse al messaggio debitamente positivo che chi non ha un corpo “normale”, cioè che non rispetta gli standard globali, deve dare. Un messaggio di positività, insomma, il cui scopo era anche quello di frenare il body shaming e body negativity.

“Love yourself!”, quando il troppo stroppia

Tornando a Euphoria, nel secondo episodio della nuova stagione, il personaggio di Kat viene bombardato da messaggi motivazionali del tipo “Love yourself!”, frasi fatte pronunciate da influencer, modelle, star di YouTube. Una scena ansiogena che ricalca la realtà della Ferreira sul tema della “body positivity” a tutti i costi:

Penso che quella scena sia incredibilmente realistica, perché sono stata intrappolata in quella positività tossica, ed è stato terribilmente nocivo per la mia salute. Non voglio che tutti si soffermino su quanto sono sicura di me, perché non lo sono.

Se non rientri nello standard di Hollywood o del mondo della moda automaticamente vieni vista come una persona coraggiosa, e per me questo è davvero offensivo. È difficile essere sempre confinata in quel contenitore e sentire la pressione di dover per forza essere felice nel tuo corpo sin dalla giovane età.

Cosa vuol dire? Che il body positivity può anche diventare una trappola, esattamente come mostra la scena di Euphoria. Qui Kat Hernandez ha subito una forte e pesante trasformazione che ha portato il personaggio ad avere più confidenza col proprio e della sua sessualità.

Eppure quella trasformazione non è mai definitiva e forse non lo sarà mai, perché non c’è nulla da fare: la sicurezza in sé oscilla e la pressione di doverla sempre dimostrare rende tutto molto faticoso.

Continuo per la mia strada, e spero che un giorno le persone smetteranno semplicemente di pensarci, conclude l’attrice.

Barbie Ferreira non è la prima a denunciare quanto il culto della positività a tutti i costi rischi di diventare tossico. Già Ashley Graham aveva espresso il desiderio di venire definita semplicemente come modella e non più esclusivamente come plus-size. La cantante Lizzo ricorda spesso la body positive sia diventata un mezzo per “chi ha occasionalmente qualche rotolino” di autocelebrarsi, mentre le persone davvero grasse continuano a subire fat-shaming.

Body neutrality, il giusto compromesso?

È un approccio che qualcuno inizia a chiamare body neutrality, e si basa sull’idea di amare il proprio corpo per le sue funzionalità, piuttosto che per come appare.

Sostanzialmente la questione di partenza è: se il problema di fondo non fosse tanto l’imparare ad amare a tutti costi il proprio corpo, quanto imparare a guardarle (o anche no) in modo neutrale? Senza negatività ma nemmeno con ostentata positività. Eccolo, il body neutrality.

Voi cosa ne pensate?

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Fonte: InStyle

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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