Basta tifoserie! Ecco perché nel processo tra Johnny Depp e Amber Heard hanno perso entrambi (ma anche tutti noi)

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Il giudice ha stabilito che Amber Heard ha diffamato Johnny Depp, ma quella dei due attori è una storia senza vincitori né vinti. È, semmai, la massima espressione di un rapporto tossico: non c'è proprio nulla da festeggiare, non c'è esultare, ma da riflettere.

Da settimane, ormai, non faccio altro che leggere frasi come «Io tifo per Johnny Depp», «Sono dalla parte di Depp», «A prescindere da tutto, Johnny Depp per me ha già vinto». In una vicenda drammatica come quella che ha visto protagonisti l’attore e la sua ex moglie, Amber Heard, si sono scatenate le solite, insopportabili, dannose tifoserie da stadio.

Poi, quando il giudice ha decretato la vittoria in tribunale di Depp, la situazione è persino peggiorata, perché quelle che erano (semplici, ma non innocue) tifoserie social, sono diventate celebrazione, se non addirittura esaltazione di un uomo che, alla fine di tutta questa triste storia, non ha vinto proprio un bel niente.

Mi spiego meglio, a scanso di equivoci: sì, il giudice ha stabilito che la Heard ha diffamato l’ex marito, ma quella dei due attori è una storia senza vincitori né vinti. È, semmai, la massima espressione di un rapporto tossico, i cui protagonisti si sono picchiati, minacciati, offesi e denigrati pubblicamente. È una storia di violenza. È una storia di violenti. È la storia di due persone, non di due attori, non di due personaggi pubblici, non di due star di Hollywood. È una storia di colpevoli. Ognuno verso di sé, innanzitutto e soprattutto.

Fare il tifo per l’uno o per l’altra significa perdere di vista quello che questa vicenda racconta: un legame tossico che poco, anzi, nulla ha a che fare con l’amore. In questa circostanza non ha vinto nessuno, ma hanno perso tutti e due. Anzi, abbiamo perso tutti, a dire il vero. Sì, pure noi, che dal divano di casa nostra abbiamo fatto il tifo per Johnny «perché lo seguo da sempre» o per Amber perché «è impossibile che un uomo subisca la violenza di una donna».

Ecco, distratti – com’eravamo – dal bisogno morboso di schierarci da una parte o dall’altra, abbiamo perso l’occasione di parlare di temi importanti come la violenza, ad esempio, che non è solo fisica. Violenza è offendere, prevaricare, screditare. Si parla poco e spesso in modo approssimativo della violenza psicologica, che a volte è ben più subdola e pericolosa, in quanto invisibile e non di rado irriconoscibile.

Abbiamo perso l’occasione di parlare della violenza sugli uomini, che esiste, ma fa meno rumore, perché gli uomini – notoriamente – sono considerati il contrario del sesso debole, non sono vittime, non sono fragili, non sono vulnerabili. Sono, anzi, impermeabili a qualsiasi forma di abuso. Ma non è così, perché la violenza non ha genere. Può compromettere la stabilità di chiunque, a prescindere dal sesso della vittima.

E abbiamo perso, infine, l’occasione di evitare che diventasse una guerra tra femministi/e e anti-femministi/e. Ho letto «Non ha vinto solo Depp, ma la lotta contro il femminismo», «Hanno trionfato tutti gli uomini abusati dal femminismo», «Con la sconfitta della Heard, speriamo che si zittiscano anche le femministe». Tutto ciò è sconfortante, perché il femminismo chiede la parità di genere e difende la verità, qualsiasi essa sia. Tutto il resto è fanatismo, lo stesso di chi esulta per la (presunta) sconfitta del femminismo.

Il femminismo dovrebbe vederci tutti impegnati nella stessa direzione, allo scopo di raggiungere una parità reale (e non solo ideale) tra uomini e donne. È vero, come qualcuno sottolinea, che le parole della Heard non fanno onore alla causa, anzi, rischiano di svilirla. Ma è altrettanto vero che la Heard non rappresenta le donne, ma solo se stessa. Certo, la sua sconfitta in tribunale rischia di gettare ombre su tante donne vittime di abusi, ma sta alla nostra intelligenza saper separare la sua storia da quella di tante persone che lottano perché venga riconosciuta e punita la violenza che hanno subito.

Se, solo per un attimo, dimenticassimo che si tratta di due attori, forse potremmo renderci conto che siamo di fronte a un processo di abusi da parte di due persone fortemente compromesse, sofferenti. Non c’è niente da festeggiare. Non c’è nulla da esultare. C’è da riflettere sulla loro vicenda e sul fatto che tutto, oggigiorno, diventi una lotta tra fazioni opposte. Non importa ascoltare, ma affermare la propria posizione. Questa storia, in definitiva, non ci ha insegnato nulla, ma ci ha messi, di nuovo, gli uni contro gli altri.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Basilio Petruzza ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza. È uno scrittore e blogger, ha pubblicato due romanzi e ha un blog.

Iscriviti alla newsletter settimanale

Riceverai via mail le notizie su sostenibilità, alimentazione e benessere naturale, green living e turismo sostenibile dalla testata online più letta in Italia su questi temi.

Seguici su Instagram
Seguici su Facebook