Perché i nostri antenati dormivano in “due turni” (e noi no)

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Era una consuetudine molto radicata, oggi scomparsa: i nostri antenati dormivano in due “tranche”, un po’ di notte e un po’ di giorno

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Era una consuetudine molto radicata, oggi scomparsa: i nostri antenati dormivano in due “tranche”, un po’ di notte e un po’ di giorno. Il sonno bifasico era la normalità nell’Europa e nell’America preindustriale, come risulta da molteplici indagini storiche.

L’argomento è uno degli esempi in cui la ricerca storica si intreccia efficacemente in quella scientifica e che porta alla luce, insieme a curiosità storiche, qualcosa di molto più importante: l’evoluzione dell’uomo in adattamento ai cambiamenti del suo stile di vita.

Le indagini storiche

La storia parte da lontano, in tutti i sensi. Lo storico A. Roger Ekirch, professore presso il Virginia Tech (Usa), durante le ricerche sulla vita notturna nell’Europa e in America preindustriali, ha scoperto nei primi anni 2000 la prima prova che molti umani dormivano “a tratti”: un primo e un secondo sonno con una pausa di alcune ore per fare sesso, pregare, mangiare, chiacchierare e magari prendere delle medicine se necessario.

Ekirch, infatti, agli inizi degli anni ’90, si trovava a esaminare minuziosamente antichi documenti negli Archivi Nazionali del Regno Unito dal 1838 al 2003. E tra questi, trovò la testimonianza di una ragazza interrogata sulla morte di sua madre, che citava il “primo sonno”.

Nel suo libro successivo At Day’s Close: Night in Times Past ha poi riportato più di 500 riferimenti al sonno bifasico, e oltre 2.000 in una dozzina di lingue, risalendo indietro nel tempo fino all’antica Grecia. Secondo quanto da lui riportato, infatti, questo viene menzionato nelle opere di personaggi illustri come Plutarco (dal I secolo d.C.), Pausania (dal II secolo d.C.),  Livio e Virgilio.

Successivamente la pratica fu abbracciata dai cristiani, che videro immediatamente nei risvegli un’opportunità per la recita di salmi e confessioni. Nel VI secolo d.C., San Benedetto richiese poi che i monaci si alzassero a mezzanotte per queste attività, e l’idea alla fine si diffuse in tutta Europa, filtrando gradualmente fino alle masse.

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Le analisi scientifiche

Nel 2015 una ricerca guidata dal Dipartimento di Psichiatria dell’Università della California (pubblicata su Current Biology) ha studiato il ritmo sonno/veglia di 3 società preindustriali, in particolare gli Hadza, che vivono nel nord della Tanzania, i San, abitanti nel Kalahari (tra Sudafrica, Namibia e Botswana) e gli Tsimane, che vivono al fiume Maniqui in Bolivia.

In queste società, l’elettricità e i relativi apparecchi per l’illuminazione e l’intrattenimento sono assenti, così come i sistemi di raffreddamento e riscaldamento. Gli individui sono esposti, dalla nascita, alla luce solare e a una variazione stagionale e giornaliera continua della temperatura.

Erano dunque “perfetti casi studio” per ottenere informazioni sulla natura del sonno umano in condizioni naturali. E non solo: vivendo in zone equatoriali, non sussisteva nel loro caso il dubbio che le lunghe notti artiche influissero sull’abitudine di dormire a più riprese, con un numero di ore di luce e di buio  molto simile.

sonno bifasico europa e america preindustriale

©Current Biology

I ricercatori hanno verificato che gli uomini e le donne di queste società:

  • non dormono di più degli esseri umani “moderni”, con durate medie di 5,7–7,1 ore
  • vanno a dormire diverse ore dopo il tramonto e in genere si svegliano prima dell’alba
  • manifestano una temperatura che sembra un importante regolatore della durata e dei tempi del sonno umano

I nostri risultati indicano che il sonno nelle società industriali non è al di sotto del livello normale tipico della maggior parte della storia evolutiva della nostra specie – concludono gli scienziati – Ricreare alcune caratteristiche degli ambienti che abbiamo osservato nelle società preindustriali potrebbe avere effetti benefici sul sonno e sull’insonnia nelle popolazioni industriali.

Ma soprattutto, nessuna di queste società manifestava il sonno bifasico, mantenendo la classica consuetudine odierna di dormire solo di notte per un numero congruo di ore.

Il commento degli storici

Ed ecco che tornano gli storici a interpretare questi indiscutibili risultati scientifici alla luce delle loro ricerche.

Secondo Ekirch gran parte dell’umanità ha abbandonato il sistema del doppio sonno a partire dall’inizio del XIX secolo, e, come con altri recenti cambiamenti nel nostro comportamento, la risposta è stata alla rivoluzione industriale, accompagnata, non casualmente, dallo sviluppo dei sistemi di controllo dell’orario.

Come spiega Alun C. Davies, storico scomparso nel 1980, prima della metà del diciottesimo secolo – l’inizio della rivoluzione industriale – la percezione del tempo era generalmente confusa (tranne forse che per qualche scienziato) e i mezzi con cui si misurava il suo trascorrere erano piuttosto rudimentali.

Un bastone nel terreno, o qualsiasi punto di riferimento evidente, proiettava ombre la cui lunghezza variava con il passare della giornata: sistemi “rozzi” di meridiane che comunque, anche nella loro versione sofisticata, erano inutili in presenza di cospicua copertura nuvolosa. Nei luoghi chiusi aiutavano le candele, ma con tempi di combustione comunque approssimativi. Migliori strumenti erano al limite le clessidre.

Dalla fine del XVII secolo l’accuratezza dei meccanismi migliorò progressivamente, a vantaggio soprattutto degli astronomi e di altri scienziati. Ma per la maggior parte delle persone in un’economia prevalentemente agricola i ritmi naturali dei giorni e delle stagioni erano sufficienti.

Tutto cambiò con la rivoluzione industriale.

sonno bifasico europa e america preindustriale

©danjmh/123rf

Innanzitutto cambiò il modo in cui veniva percepito il passare del tempo: le persone iniziarono a comportarsi e organizzarsi in un modo nuovo. In secondo luogo, e altrettanto importante (e non evidentemente casuale) la meccanica degli orologi si modificò radicalmente.

Le fabbriche richiedevano una ben più efficiente gestione del tempo e i lavoratori dovevano seguire dei turni scanditi da un orologio di fabbrica. Man mano che l’economia industriale e la sua rete di trasporto diventavano sempre più complesse, ingombranti materie prime e prodotti finiti necessitavano di servizi sincronizzati da compagnie di canali, bus postali e, in seguito, ferrovie.

Per i passeggeri dei treni, in particolare, l’uso ovunque dell’ora locale (calcolata quando il sole era in alto a mezzogiorno) creava confusione. Gli orari concordati divennero essenziali e le ferrovie alla fine imposero l’ora di Greenwich in tutta la Gran Bretagna.

E se è vero che l’illuminazione artificiale permetteva agli esseri umani di restare svegli per più ore nel corso della sera, il lavoro in fabbrica li costringeva comunque ad alzarsi presto al mattino. E questo avrebbe portato a sviluppare una sorta di “pregiudizio” legato alla presunta correlazione tra l’abitudine a svegliarsi presto e l’essere produttivi.

Quindi l’abitudine a dormire “solo” di notte non sembra dovuta all’arrivo della tecnologia, semmai il contrario: la tecnologia è arrivata per consentirci di cambiare le nostre abitudini, più adatte ad uno stile di vita industriale.

Proprio uno di quei percorsi di microstoria che nelle scuole si insegnano poco: gli avanzamenti tecnologici non arrivano per caso ma perché il substrato lo “richiede”. E quindi grandi “eroi” (guerrieri, artisti, personaggi politici, etc.) arrivano perché il tempo è maturo per loro.

Se poi queste rivoluzioni siano state tutte una vera evoluzione o piuttosto un’involuzione è ancora da dimostrare.

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Fonti: BBC /  Current Biology / The Open University

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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