Il caso della beauty farm per bambine di Nardò ci insegna che ai nostri figli dobbiamo ancora trasmettere il bello e l’essenziale

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La notizia dell’apertura di un centro benessere dedicato soltanto a bambine e bambini ha infiammato il mondo dei social. Ma quanto davvero siamo attenti all’autostima dei nostri piccoli?

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Una bambina distesa su un lettino, asciugamano puccioso sulle spalle e coroncina in testa. Non importa come, l’importante è che se ne parli: sembra essersi detta un po’ questo l’imprenditrice pugliese che a Nardò ha aperto una beauty farm dedicata solo ai piccoli.

Un’idea che, a dirla tutta, cavalca l’onda già esistente dei “Beauty & Spa Party”, un universo tutto rosa di improbabili festicciole per bimbe, a volte davvero piccolissime, in cui animatori si improvvisano esperti truccatori e, tra ombretti, blush e rossetti, le infanti danno adito a frenesie odorose di ogni tipo.

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Ora, però, pare che la Beauty farm di Nardò pubblicizzata in rete non sia piaciuta ai più.

Dettagli che fanno la differenza, beauty baby, il primo salone di bellezza per i più piccoli, recita lo slogan, con tanto di foto di bambinette che si sottopongono a rilassanti massaggi o con la faccia ricoperta da maschere di bellezza.

La polemica è stata sollevata in primis da Fernando Blasi, in arte Nandu Popu, voce leader dei Sud Sound System:

Tutti i bambini sono belli, a prescindere. Semmai di brutto possono avere i genitori, se questi sono incapaci di accettarsi e di vivere come esseri umani. Il disagio di non sentirsi belli e quindi di non sentirsi accettati ha vari significati, tra questi il più devastante è quello di sentirsi talmente inferiore da dover elemosinare un giudizio altrui. La bellezza va ricercata soprattutto nell’umanità di cui siamo pregni. Ergo, i genitori dovrebbero mantenere la purezza spensierata di ogni fanciullo e non farlo invecchiare troppo precocemente, dice tra le altre cose.

Come dargli torto. Ma quanto questa faccenda ha del paradossale? Insomma, la polemica ci sta tutta, ma questa beauty farm pugliese rispecchia effettivamente quanto la società pare richiedere sempre più: una superficialità diffusa in nome dell’aspetto estetico, che accontenti le leziosaggini, le moine a mo’ di donnine, i vizietti da condividere con le amichette delle bimbette.

E soprattutto il non sapere dire di no dei genitori quando è troppo. Forse è proprio lì il punto: una cosa che c’è sempre stata, ora diventa un business e motivo di guadagno.

Ci trucchiamo un po’?” quante di noi, bambine di una volta, lo abbiamo detto per gioco, mirando magari a indossare il tacco di mamma e a imitarla anche solo per pochi minuti. Nulla di male, perché poi, scese da quei tacchi, quella cosa rimaneva tra le quattro mura e, anzi, ricevevamo una bella ramanzina se azzardavamo oltre.

Ora è tutto un “lasciamo fare”. La polemica scatenata sui social ci sta e ha un senso: ma non vi pare che quello della Beauty Farm per bimbi sia solo l’ultimo dei tasselli di un quadro un po’ più complesso? Non vi pare che già solo il modo in cui lasciamo i nostri figli da soli con cellulari e tablet, ovunque e in ogni dove, sia una delle tante “cose da adulti” di cui li abbiamo investiti e di cui non hanno la benché minima consapevolezza?

È complicato, certo, ed è un lavoro duro. Ma non lasciamoci più sfuggire l’occasione di far comprendere ai nostri figli dove debba risiedere davvero il bello e l’essenziale.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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