Acque contaminate da farmaci: dalla Svezia una possibile soluzione

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Ricordate la ricerca su pesci e inquinamento da farmaci condotta da alcuni scienziati dell’Università di Umea, in Svezia, e i cui risultati sono stati pubblicati recentemente sulla rivista Science? Ne avevamo parlato appena qualche giorno fa: un team di studiosi aveva osservato che i persici, una volta esposti ai residui di ansiolitici e antidepressivi (che finiscono nelle acque attraverso la rete fognaria), diventavano più aggressivi e voraci.

Ebbene, sempre dalla Svezia, stavolta dal KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, arriva una possibile soluzione: l’uso di una nuova tecnica nella depurazione delle acque reflue.

Il team di ricercatori guidato dal professor Andrew Martin ha applicato la cosiddetta distillazione a membrana al trattamento delle acque di scarto, separando i residui farmacologici dall’acqua con l’aiuto del calore, in un processo basato sul teleriscaldamento. Cercando di non scendere in dettagli troppo tecnici (nei quali mi perderei, non avendone la giusta conoscenza e competenza…), la procedura è di questo tipo: le acque reflue vengono “trasformate” in vapore acqueo, che viene fatto passare attraverso una membrana sottile e impermeabile, per poi essere raffreddato su un piatto di condensazione. I ricercatori hanno osservato che i residui farmacologici condensano da un lato della membrana e l’acqua depurata dall’altro, separandosi.

Il processo di distillazione a membrana è stato efficace con tutti i farmaci testati, con un’unica eccezione, che è al momento allo studio del team. Tuttavia, per quanto i risultati spingano ad essere ottimisti, non esiste ancora una tecnologia in grado di riproporre questo processo di depurazione su larga scala. Il nostro auspicio è che, una volta imboccata la giusta direzione, la ricerca possa continuare e progredire, per cercare di far fronte ad un problema – quello della contaminazione delle acque – che rischia di avere conseguenze disastrose sugli ecosistemi.

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