Nei cieli della Norvegia il mistero di una spettacolare aurora boreale mai vista prima

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L’ha scoperta una tirocinante della Nasa ed è spettacolare: un’aurora boreale mai vista prima è apparsa nei cieli della Norvegia ed è ancora un mistero la sua origine. L’evento sarebbe avvenuto infatti in un momento di totale assenza di eruzioni solari. Cosa sta accadendo nello spazio?

Nessuna tempesta solare, nessuna eruzione, tutto tranquillo, ma luci danzanti in cielo sono state avvistate a Svalbard (Norvegia), nei pressi del Circolo Polare Artico. L’evento potrebbe essere stato causato da una compressione del campo magnetico terrestre, e sarebbe la prima osservazione nella storia di un fenomeno simile. Non è chiaro, comunque, cosa avrebbe provocato tale compressione.

L’aurora boreale (così come l’analoga dell’altro emisfero, quella australe) è tra gli spettacoli naturali più emozionanti che esistono: luci colorate cangianti e in movimento appaiono in cielo, purchè terso e lontano da fonti di luce artificiale, offrendo a chi ha la fortuna di assistere un vero e proprio show.

Le aurore nascono perché le particelle cariche provenienti dal sole, che possono essere rilasciate sia dal vento solare che dalle violente eruzioni note come espulsioni di massa coronale, si scontrano con la nostra atmosfera. Parte di questo materiale solare raggiunge la Terra dopo un paio di giorni, e, incontrando l’atmosfera superiore, innesca reazioni con alcuni gas, con emissione di luce.

I diversi colori delle aurore dipendono dai gas coinvolti e dalla loro altezza nell’atmosfera. L’ossigeno si illumina di colore giallo-verde a circa 100 km di altezza (l’aurora verde è di gran lunga quella più frequente) e rosso ad altitudini più elevate, ad esempio, mentre l’azoto emette luce blu o rosso-porpora.

Poiché l’intensità del campo magnetico terrestre è un fattore chiave e proprio a causa del fatto che questo è più forte ad alte latitudini, il fenomeno avviene vicino ai poli, diventando via via meno probabile man mano che ci si avvicina all’equatore. Per poterne vedere una è dunque generalmente necessario armarsi di attrezzature adeguate a sopportare freddi molto intensi.

Tutto vero? La nuova aurora appena osservata sembra non essere giustificata dalle condizioni finora date per assodate. In assenza di eruzioni e tempeste solari, gli scienziati teorizzano che l’anomalo fenomeno potrebbe essere stato originato da una sorta di squarcio in una regione appena fuori dal campo magnetico del nostro pianeta in grado di deviare le particelle ad alta energia provenienti dal sole.

Qualcosa dovrebbe però aver colpito una regione specifica del campo magnetico terrestre, nota come magnetosfera, e spinto verso il pianeta la magnetopausa (il confine esterno che “protegge” la magnetosfera dal vento solare).

“Come se qualcuno avesse colpito il campo magnetico terrestre – spiega Jennifer Briggs, tirocinante della Nasa che ha osservato l’evento – È avvenuta proprio una compressione massiccia, ma localizzata”.

Secondo gli scienziati, il “rientro” del campo magnetico è stato rapidissimo, ma con un impatto incredibile: in soli 1 minuto e 45 secondi la magnetopausa è stata spinta a una distanza che un jet commerciale coprirebbe in 27 ore.

Solo un meraviglioso evento da seguire e sperare di rivedere? Purtroppo non è così.

La compressione del campo magnetico potrebbe interferire con i dispositivi di comunicazione in linea teorica molto di più di una “comune” tempesta solare, confondendo GPS e mettendo a rischio satelliti e astronauti che orbitano attorno alla Terra. Inoltre, l’evento suggerisce il verificarsi di condizioni meteorologiche spaziali di cui non siamo consapevoli , ai quali non siamo preparati e che non possiamo in alcun modo prevedere.

La scoperta di questa anomala aurora offre quindi agli scienziati molte valide ragioni per esaminare e monitorare la nostra magnetosfera in modo da verificare se queste compressioni ci sono spesso, da cosa potrebbero essere causate e se davvero dobbiamo preoccuparci.

Il fenomeno e tutte le ipotesi ad esso connesse sono stati presentati il 10 dicembre al meeting dell’American Geophysical Union a San Francisco.

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Cover: Fred Sigernes/Kjell Henriksen Observatory, Longyearbyen, Norway/Joy Ng

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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