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Mentre negli States si continua a fronteggiare il disastro ecologico della Deepwater Horizon – è di poche ore fa la notizia della chiusura della più piccola delle tre falle – qui in Italia è in fase di calibrazione e validazione il Progetto Inquinamento Marino da Idrocarburi (PRIMI), un'iniziativa dell'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) che vede coinvolti moltissimi centri di ricerca con il fine ultimo di monitorare dallo spazio gli oil spill nell'area del Mar Mediterraneo.

In pratica, qualsiasi sversamento legale o accidentale di idrocarburi in acqua, data la natura idrofoba di tali sostanze (causa della ben nota “marea nera”), sarà individuato dai tre satelliti italiani del sistema COSMO-SkyMed (progetto ASI), le cui immagini, registrate ogni tot ore, verranno poi analizzate dai computer del PRIMI. Luciano Maiani, presidente del CNR, spiega in cosa consiste questa analisi, che è poi l'essenza stessa di PRIMI: “un sistema composto da 4 moduli: osservazione, previsione, archivio e interfaccia utente […]. Le informazioni su eventuali oil spill vengono trasmesse al modulo previsioni, il quale, mediante modelli matematici di circolazione marina, produce una previsione a 72 ore sulle future posizioni degli oil spill osservati, nonché sulle loro caratteristiche”.

Il servizio di monitoraggio pre-operativo – in corso dal febbraio 2008 presso il Centro di Geodesia Spaziale ‘G. Colombo’ dell’ASI (Matera) – aveva già dimostrato la sua efficacia, fornendo report su oil spill nel Mediterraneo a due utenti di riferimento: al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e alla Guardia di Finanza - Comando regionale Puglia.

Tra gli enti coinvolti nel progetto, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), la società E-GEOS (consociata Telespazio/ASI), l'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima (ISAC) di Tor Vergata (Roma), l'Advanced Computer System (ACS) di Roma, il Consorzio Innova di Matera, la FlyBy di Livorno; mentre, per quanto riguarda la componente scientifica: l'Università del Piemonte Orientale, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e infine l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA). Tutti uniti in nome della gestione del rischio ambientale.

Un progetto sicuramente degno di nota che speriamo si rivelerà determinante nella prevenzione dei disastri ambientali la cui importanza ricorda il lancio di CryoSat2, il satellite inviato nello spazio per monitorare lo scioglimento dei ghiacciai e di cambiamenti climatici, ma che fa sollevare anche alcuni dubbi: invece di impiegare un così ingente quantitativo di mezzi e risorse che magari tra qualche anno andranno ad allungare la massa di ferraglia e spazzatura in orbita intorno alla Terra...non si potrebbe utilizzarle per investire nelle rinnovabili ed eliminare così a monte il problema del petrolio e idrocarburi in mare? Detto questo e calcolando che lo scarico illegale di idrocarburi a mare continua a rappresentare una grave minaccia all’ecosistema marino, specie per gli ambienti costieri, PRIMI rappresenta comunque un progetto encomiabile che colloca l'Italia protagonista nella prevenzione dell'inquinamento marino.

Roberto Zambon



 

 

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