Sacchetti biodegradabili intatti anche dopo quasi 3 anni. Lo studio che attacca le bioplastiche

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Quanto dura un sacchetto in mare? Questo esperimento ha confrontato 5 tipi di sacchetti, da quelli in plastica pura a quelli compostabili… 

Sacchetti biodegradabili di nuovo nella bufera. Dopo la querelle sul famoso costo nei supermercati e non solo, adesso una ricerca dell’Università di Plymouth, mette addirittura in discussione la loro biodegradabilità. Vediamo cosa sta succedendo e come stanno le cose.

Durante un esperimento, i ricercatori dell’Università di Plymouth con l’International Marine Litter Research Unit, hanno provato a sotterrare nel suolo e in un ambiente marino, cinque diversi tipi di sacchetti: uno biodegradabile, uno compostabile, uno in in polietilene ad alta densità, un sacchetto di plastica convenzionale e due tipi di sacchetti oxo-biodegradabili.

I risultati dell’esperimento sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Science and Technology con tanto di foto. Nello specifico i sacchetti sono stati seppelliti nel terreno e immersi nell’acqua del mare. Il sacchetto compostabile in acqua si è degradato dopo appena tre mesi, mentre nel suolo tutti i sacchetti dopo 27 mesi non erano del tutto degradati. Dopo 9 mesi di esposizione all’aria aperta, sempre secondo i ricercatori, i sacchetti si sono disintegrati in frammenti.

“Non è quindi chiaro che le formulazioni oxo-biodegradabili o biodegradabili forniscano tassi di deterioramento sufficientemente avanzati da risultare vantaggiosi nel contesto della riduzione dei rifiuti marini, rispetto ai sacchi tradizionali”, scrivono nello studio i ricercatori.

Un’affermazione che fa tanto discutere in un momento storico in cui la lotta alla plastica è al centro del dibattito internazionale. Ma mentre siamo invasi dalla plastica, si fa la guerra al biodegradabile. Curioso.

“Quando leggiamo biodegradabile, pensiamo giustamente che si degraderà più rapidamente delle borse convenzionali. Ma, dopo almeno tre anni, come mostra la nostra ricerca, ciò non avviene”, si legge ancora nello studio condotto da Richard Thompson, che non è nuovo ad attacchi di questo tipo.

“Con questa ricerca dimostriamo che i materiali testati non presentavano nessun vantaggio consistente, affidabile e rilevante nel contesto dei rifiuti marini”, dice ancora.

Per onor di cronaca ricordiamo che sacchetto biodegradabile non significa che lo si può gettare in mare, sotterrare nel suolo e abbandonare nella natura. Esistono parametri ben precisi che definiscono un sacchetto biodegradabile o compostabile. La certificazione di biodegradabilità e compostabilità è data da un processo di valutazione in un ambiente a determinate condizioni, come ci conferma Novamont, l’azienda italiana che ha brevettato il mater-bi, che sta già preparando una nota ufficiale a replica dello studio, ma che ci anticipa telefonicamente che la ricerca è molto deficitaria oltre che l’ennesimo attacco gratuito verso materiali che possono effettivamente ridurre l’immissione di plastica nell’ambiente.

Sul tema è intervenuto anche Clean Sea Life che ribadisce il fatto che i sacchetti durano per tanto tempo nell’ambiente e allora il monito è proprio quello di usarne il meno possibile. L’associazione tende a precisare:

“Ricordiamo che quelli biodegradabili e compostabili si distruggono completamente e velocemente solo negli impianti di compostaggio industriale. Quindi ok utilizzarli per l’umido, ma attenzione sempre perché se finiscono nell’ambiente ci rimangono per molto tempo: abbastanza per far male a qualcuno”.

Non dimentichiamoci, infine, che i sacchetti di plastica lasciati nell’ambiente nel giro di qualche mese tendono a sbriciolarsi in microplastiche che diventano deleterie e mortali per la flora e per i nostri amici animali.

IL PUNTO DI VISTA DI ASSOBIOPLASTICHE SULLO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ PLYMOUTH

Contrariamente a quanto riportato da alcune testate, lo studio dell’Università di Plymouth ci dice che solo il sacchetto biodegradabile e compostabile – progettato per essere gestito nel circuito della raccolta dell’umido in appositi impianti industriali – anche se erroneamente disperso nell’ambiente per effetto di cattive abitudini (littering), va incontro a totale decomposizione in ambiente marino in soli tre mesi e presenta un impatto ambientale ridotto.

Lo studio ha esaminato un sacchetto in polietilene alta densità, due sacchetti oxo-degradabili, un sacchetto con sopra apposta la parola “biodegradable” e, infine, un sacchetto biodegradabile e compostabile.

Tale studio non ci dice nulla di nuovo, ma conferma, come Assobioplastiche asserisce sin dalla sua nascita nel 2011, che è scorretto utilizzare il termine “biodegradabile” rispetto a prodotti a base di polimeri tradizionali o con l’aggiunta di additivi che ne accelerano la frammentazione (i cosiddetti oxo-degradabili). Gli unici prodotti a potersi fregiare correttamente di tale definizione sono quelli in bioplastica compostabile, come peraltro già chiarito nel 2015 in Italia dall’AGCM (Direzione Tutela del Consumatore) nel caso dei sacchetti oxo-degradabili, all’epoca utilizzati da alcune insegne della GDO.

I risultati pubblicati da Imogen E. Napper e Richard C. Thompson non sono quindi sorprendenti per gli esperti di chimica dei polimeri e di biodegradazione, ma anzi confermano che la decisione della UE (direttiva SUP) di proibire tutti i materiali tradizionali additivati con acceleranti la frammentazione è corretta.

Assobioplastiche ritiene inaccettabile che uno studio che conferma un’ulteriore distinzione netta tra materiali in termini di proprietà di biodegradazione e corretta utilizzabilità di tale caratteristica venga strumentalizzato per comunicare un messaggio scorretto.

La soluzione non è la biodegradazione in quanto tale (che comunque i sacchetti in bioplastica compostabile possiedono a differenza degli altri), quanto la ricerca e l’applicazione di modelli di corretta gestione dei rifiuti organici, di cui l’Italia è esempio virtuoso.

La biodegradabilità insomma, come dicono da Assobioplastiche, non deve essere mai vista come una più comoda soluzione o una scusa per la disseminazione incontrollata nell’ambiente (che porterebbe al paradosso di legittimare ad esempio il littering degli scarti e residui organici in mare, in quanto biodegradabili).

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