La pandemia di plastica: come il COVID19 ha distrutto il sogno del riciclaggio e del plastic-free

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Ridurre la plastica ricorrendo meno all’usa e getta, preferire il vuoto a rendere, ridurre al minimo la scelta di prodotti ricchi di imballaggi, effettuare una corretta raccolta differenziata. La strada per diminuire la produzione di plastica è tracciata.

Peccato però che il coronavirus abbia distrutto il sogno del riciclaggio. A lanciare l’allarme è un nuovo reportage di Reuters, che offre una visione tutt’altro che ottimistica sul nostro futuro. La pandemia infatti ha scatenato una corsa alla plastica.

Ma non solo. Da quando il coronavirus ha colpito il pianeta, le attività di riciclo si sono ridotte di oltre il 20% in Europa, del 50% in alcune parti dell’Asia e fino al 60% in alcune aziende negli Stati Uniti.

Da Wuhan a New York, la richiesta di visiere, guanti usa e getta, contenitori per alimenti da asporto e pluriball per gli acquisti online è aumentata. Purtroppo molti di tali oggetti non possono essere riciclati. Ma non solo. Secondo l’analisi, la pandemia ha intensificato una guerra dei prezzi tra plastica riciclata e nuova, prodotta dall’industria petrolifera. Una guerra che i riciclatori di tutto il mondo stanno perdendo, come dimostrano i dati sui prezzi e le interviste effettuate coinvolgendo circa 25 aziende in cinque continenti.

“Vedo davvero molte persone in difficoltà”, ha dichiarato a Reuters Steve Wong, CEO di Fukutomi Recycling con sede a Hong Kong e presidente della China Scrap Plastics Association. “Non vedono una luce alla fine del tunnel.”

Il motivo è purtroppo ovvio: quasi tutta la plastica è un derivato del petrolio. Se si considera che il rallentamento economico ha portato a un calo della domanda di petrolio, ciò a sua volta si è riflettuto nel calo del prezzo della nuova plastica. In altre parole, costa meno produrre nuova plastica, in barba all’inquinamento, che riciclare la vecchia.

Secondo uno studio del 2017 pubblicato sulla rivista Science, dal 1950, il mondo ha creato 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti di plastica, il 91% dei quali non è mai stato riciclato. La maggior parte di essa è difficile da riciclare e molti riciclatori dipendono da tempo dai sussidi statali, che spesso sono inesistenti o insufficienti. La nuova plastica inoltre può costare la metà del prezzo di quella riciclata.

Secondo gli analisti di mercato dell’Independent Commodity Intelligence Services (ICIS) all’inizio della pandemia inoltre è emerso che anche i rifiuti comunemente riciclati, come le bottiglie di plastica, sono diventati meno appetibili visto che il loro costo è dall’83% al 93% più alto rispetto ai materiali nuovi.

Tempismo imperfetto

Purtroppo la pandemia ha colpito la Terra nel momento in cui i politici di molti paesi avevano promesso di fare la guerra ai rifiuti della plastica monouso. E in molti casi le loro promesse si erano già tradotte in azioni concrete, a partire dalla Cina, che importava più della metà dei rifiuti di plastica del mondo, e che ne ha vietato le importazioni per la maggior parte nel 2018.

Anche l’Unione europea si è mossa su questo fronte vietando numerosi oggetti in plastica monouso. Eppure, proprio oggi la Corte dei Conti Ue ha fatto sapere che ai ritmi attuali l’Europa non riuscirà a raggiungere gli obiettivi del 50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025 e del 55% entro il 2030, adottati appena due anni fa:

“E’ una sfida difficilissima”, ha detto Samo Jereb, responsabile dell’analisi. “La pandemia Covid-19 ha fatto rinascere le abitudini dell’usa e getta e dimostra che la plastica continuerà ad essere un pilastro delle nostre economie, ma anche una minaccia ambientale sempre più grave”.

La plastica è strettamente legata ai cambiamenti climatici

Secondo il World Economic Forum, un’analisi condotta dall’industria delle bevande ha stimato che la produzione di 4 bottiglie di plastica rilascia le emissioni di gas serra equivalenti alla guida di un’auto per un miglio. Ma il coronavirus ha accentuato la tendenza a produrre più spazzatura.

L’industria petrolifera e del gas prevede di spendere circa 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni in impianti per produrre materie prime per la plastica vergine, secondo uno studio reso noto a settembre da Carbon Tracker contando sull’impennata dell’uso di beni di consumo a base di plastica da parte di milioni di nuovi consumatori della classe media in Asia e altrove.

“Nei prossimi decenni, si prevede che la crescita della popolazione e del reddito creerà una maggiore domanda di plastica”, ha detto a Reuters la portavoce di ExxonMobil Sarah Nordin.

E le aziende?

La maggior parte di esse sostiene di condividere le preoccupazioni sui rifiuti di plastica e ha promesso di effettuare azioni per ridurli. In teoria. Nella pratica, gli investimenti nei confronti di questi sforzi sono una frazione di quelli destinati alla produzione di nuova plastica.

Per dimostrarlo, Reuters ha intervistato 12 delle più grandi aziende petrolifere e chimiche a livello globale: BASF, Chevron, Dow, Exxon, Formosa Plastics, INEOS, LG Chem, LyondellBasell, Mitsubishi Chemical, SABIC, Shell e Sinopec. Solo alcune hanno fornito dettagli su quanto stanno investendo nella riduzione dei rifiuti. Tre hanno rifiutato di commentare.

Molte hanno spiegato di aver canalizzato i propri sforzi attraverso un gruppo chiamato Alliance to End Plastic Waste, sostenuto da società di beni di consumo. Tale alleanza ha promesso di investire 1,5 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni per contrastare l’inquinamento da plastica. Briciole, se si considera che complessivamente i 47 membri, la maggior parte dei quali nel settore della plastica, hanno registrato un fatturato annuo combinato di quasi $ 2,5 trilioni lo scorso anno. Un vero e proprio controsenso.

I piani per investire così pesantemente nella nuova plastica sono “una mossa piuttosto preoccupante”, ha detto Lisa Beauvilain, responsabile della sostenibilità presso Impax Asset Management:

“I paesi con infrastrutture di riciclaggio e gestione dei rifiuti spesso sottosviluppate non saranno attrezzati per gestire volumi ancora maggiori di rifiuti di plastica. Stiamo letteralmente annegando nella plastica.”

Greg Janson, la cui società di riciclaggio QRS di St. Louis, Missouri, è in attività da 46 anni, ha spiegato che tutto ciàò sarebbe stato impensabile un decennio fa: gli Stati Uniti sono diventati uno dei posti più economici per produrre plastica vergine, purtroppo.

“La pandemia ha esacerbato questo tsunami”, ha detto.

Una nuova ondata di plastica si sta riversando sulle coste di tutto il mondo

Uno studio pubblicato proprio in questi giorni ha rivelato che la quantità di plastica presente in superficie, quella che vediamo, è decisamente inferiore rispetto a quella presente in fondo agli oceani. Il problema dell’inquinamento marino quindi è molto più grave di quanto ipotizzato.

E poi ci sono loro, le mascherine, parzialmente realizzate in parte in plastica. A marzo, solo la Cina ne ha utilizzate 116 milioni, 12 volte di più rispetto a febbraio. La produzione totale di mascherine nel paese dovrebbe superare i 100 miliardi nel 2020, secondo un rapporto della società di consulenza cinese iiMedia Research. Gli Stati Uniti hanno generato un intero anno di rifiuti sanitari in due mesi al culmine della pandemia, secondo un’altra società di consulenza, Frost & Sullivan.

La plastica costituisce l’80% dei detriti marini, secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, un’alleanza globale sostenuta da governi, ONG e aziende. L’inquinamento da plastica ha dimostrato di essere mortale per tartarughe, balene e cuccioli di foca e rilascia sostanze chimiche che inaliamo, ingeriamo sotto forma di microplastiche, tra cui disturbi ormonali e cancro, affermano le Nazioni Unite.

Dal canto suo, l’industria afferma che la plastica usa e getta ha salvato vite umane.

“La plastica monouso è stata la differenza tra la vita e la morte durante questa pandemia”, ha detto a Reuters Tony Radoszewski, presidente e CEO della Plastic Industry Association “Buste per soluzioni endovenose e ventilatori richiedono plastica monouso”, ha detto. “Camici, guanti e mascherine ospedaliere sono realizzati in plastica sicura e igienica”.

Secondo uno studio pubblicato a giugno da Pew Trusts, anche se gli impegni di riciclaggio esistenti verranno rispettati, la plastica che finirà negli oceani aumenterà da 11 milioni di tonnellate ora a 29 milioni entro il 2040.

In risposta alle crescenti preoccupazioni dell’opinione pubblica, l’Alliance to End Plastic Waste ha promesso che collaborerà con le ONG esistenti su piccola scala che ripuliscono i rifiuti nei paesi in via di sviluppo. Nelle Filippine, in Vietnam e in India, fino all’80% dell’industria del riciclaggio non operava durante il culmine della pandemia. E c’è stato un calo del 50% della domanda di plastica riciclata in media  nel sud-est asiatico.

“La combinazione dell’impatto del COVID-19 e dei bassi prezzi del petrolio è come un doppio smacco” per il riciclaggio della plastica, ha aggiunto il CEO di Circulate, Rob Kaplan.

Tanti sforzi vanificati in un soffio.

Fonti di riferimento: Reuters, Corte dei Conti

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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