L’Indonesia si china alle lobby e dichiara non pericolosi i rifiuti dell’olio di palma e le ceneri del carbone

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Desta forte preoccupazione tra gli attivisti ambientali locali la recente decisione del governo indonesiano di rimuovere dalla lista dei rifiuti pericolosi un’argilla in polvere utilizzata per schiarire l’olio di palma.

Gli ambientalisti temono, da un lato, un drastico allentamento dei meccanismi di salvaguardia dell’ambiente e, dall’altro una gestione pericolosa e inefficiente dei rifiuti, correlata ad un probabile aumento di episodi di smaltimento illegale di rifiuti non trattati, in discarica o in prossimità di aree residenziali.

Il recente “delisting” di alcuni rifiuti pericolosi da parte del governo di Giacarta è il risultato di anni di pressioni esercitate da grandi imprese indonesiane, che considerano il trattamento di quel tipo di rifiuti troppo oneroso in termini di costi e chiedono quindi di essere autorizzati a vendere alcuni rifiuti solidi ottenuti dal processo di sbiancamento dell’olio di palma — noti come terre sbiancanti esauste (dall’acronimo inglese SBE: Spent Bleaching Earth) — ai produttori di cemento e all’industria delle costruzioni.

Il regolamento governativo, emanato dall’esecutivo indonesiano lo scorso 2 febbraio, ha rimosso non solo l’SBE dall’elenco dei rifiuti pericolosi, ma ha anche depennato dalla lista i residui di cenere derivanti dalla combustione del carbone.

SBE: tossiche o non tossiche?

L’industria indonesiana ricorre a notevoli quantità di un’argilla in polvere, chiamata terra sbiancante esausta o SBE, per migliorare il livello di limpidezza dell’olio di palma e rimuovere eventuali odori. Terminato il processo di raffinazione, l’SBE trattiene una certa quantità di olio residuo — fino al 40% del totale — e deve essere smaltita con cura proprio per evitare che penetri nel terreno o nella falda freatica o che prenda fuoco.

Dal 2014 l’SBE era stato classificato come rifiuto pericoloso ed erano stati predisposti specifici protocolli per consentirne il corretto trattamento e smaltimento. Lo scorso febbraio, però, il governo ha fatto dietrofront dichiarando che l’SBE con contenuto di olio residuo inferiore al 3% non possa essere più associabile ad un rifiuto pericoloso.

Questo cambiamento di strategia non è affatto privo di conseguenze. Come osservato da Nur Hidayati, direttore esecutivo dell’Indonesian Forum for the Environment (Walhi) — la più importante ONG ecologista del paese — la nuova normativa sembra legittimare un più scarso monitoraggio dell’operato dell’industria indonesiana dell’olio di palma, un settore in cui l’Indonesia primeggia a livello mondiale.

Quali rischi si corrono

L’ulteriore rischio è che le aziende indonesiane si sentano più libere di smaltire anche l’SBE avente un contenuto di olio residuo più elevato del limite del 3% fissato dal regolamento proprio a causa delle concrete difficoltà di monitoraggio sul campo.

Questa evenienza esporrebbe il paese a gravi problemi, perché una quantità non stimabile di materiale tossico e pericoloso potrebbe venir rilasciata nell’ambiente senza un preventivo e capillare controllo e senza la partecipazione attiva e il diritto di informazione prima riservati alle comunità locali e alla società civile indonesiana.

La legge Omnibus, infatti, contrariamente ai precedenti statuti ambientali, prevede che solo le comunità direttamente interessate possano avere voce nell’analisi di impatto ambientale, mettendo all’angolo le Ong ambientaliste e altri simili enti impegnati nella protezione ambientale e nella tutela delle popolazioni indigene.

La contestazione della legge Omnibus

La mossa del governo rientra in un più ampio piano di deregolamentazione e semplificazione amministrativa, sancito da un controverso atto legislativo approvato il 5 ottobre 2020, in piena pandemia di Covid-19, allo scopo di attrarre investimenti esteri e rilanciare l’economia e il mondo del lavoro.

Il Presidente dell’Indonesia Joko Widodo, al suo secondo mandato, ha plaudito l’approvazione della legge Omnibus sulla creazione di nuovi posti di lavoro, che tuttavia ha scatenato un’ondata di proteste di massa, promosse dai sindacati dei lavoratori e da numerose organizzazioni della società civile.

Fortemente criticata dagli attivisti ambientali, dai difensori dei diritti umani e dei diritti fondiari e dai gruppi indigeni locali, la legge avrebbe deliberatamente smantellato ogni forma di protezione ambientale per favorire gli interessi dell’industria dell’olio di palma, delle multinazionali minerarie e delle imprese che producono l’energia “sporca” del carbone e delle fonti fossili.

Un’atto che, a loro avviso, non solo legittima la sistematica distruzione della natura, ma intende anche minare l’esistenza stessa delle comunità tradizionali che su quella natura contano per sopravvivere.

La dipendenza dal carbone

Come sopra accennato, il governo indonesiano ha provveduto con lo stesso regolamento a dichiarare non pericolose anche le ceneri volanti e le ceneri pesanti prodotte dalla combustione del carbone, residui che contengono composti chimici nocivi per la salute umana e per l’ambiente, quali il mercurio, l’arsenico, il piombo e il cromo.

Una misura che è stata descritta come una capitolazione delle autorità governative di fronte all’industria del carbone, che da tempo attendeva di ricevere l’autorizzazione a vendere liberamente le ceneri ai produttori di cemento, bypassando l’oneroso requisito del trattamento dei rifiuti.

Fonti: Nikkei Asia/Mongabay

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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