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Il Governo Scozzese, già protagonista di numerose scelte ‘green’ soprattutto in materia di rinnovabili, ha lanciato da circa un anno “Zero Waste Plan”, una nuova visione in materia di gestione dei rifiuti in cui la spazzatura dei cittadini in kilt verrà vista come una risorsa e dove tutto ciò che può essere riciclato non sarà più abbandonato alle sue sorti in discariche, né smaltito negli inceneritori.

Se i rifiuti sono stati considerati per tutto il XX secolo come il termine naturale della produzione industriale, come qualcosa che era meglio tenere lontano dalla vista dei cittadini, oggi si va sempre più imponendo la necessità di sostituire questa concezione con una società “Zero Waste”. Il Governo Scozzese sembra averlo capito.

Lo scorso 22 marzo sono stati resi noti i dettagli del piano per il periodo 2011-2015. I rifiuti dell’intera Scozia verranno trattati a seconda del loro impatto sull’ambiente, con l’obiettivo di raggiungere da qui al 2025 la quota zero negli sprechi e la percentuale del 70% nel riciclo, mentre saranno solo il 5% i rifiuti spediti alle discariche. Il programma prevede anche l’incentivazione alla pratica del compostaggio domestico, l’attività di prevenzione contro gli sprechi, il divieto di portare in discarica rifiuti che emettono gas serra, l’incoraggiamento del concetto di riuso e l’incremento della raccolta differenziata, soprattutto degli scarti organici. Sono proprio questi ultimi a provocare i principali problemi delle discariche.

Attualmente la Scozia produce circa 19,5 tonnellate di rifiuti ogni anno. Vale a dire che il popolo scozzese riempirebbe di immondizia l’equivalente di una piscina olimpionica ogni dieci minuti!

È per questo che il governo incoraggerà le autorità locali a stabilire pratiche efficienti e servizi funzionali di gestione degli sprechi, sia per le aziende che per i privati, convinto che tutto ciò possa diventare il più importante successo per l’ambiente e i cambiamenti climatici.

Una società ‘Zero Waste’, oltre che ad essere fondata sulla sostenibilità ambientale, riuscirebbe anche ad instaurare un virtuosismo economico, grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro, all'abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti, alla riduzione dello sfruttamento e dei costi delle materie prime.

Parte attiva di questa nuova visione della società sono, non solo le scelte politiche e industriali, ma soprattutto il risveglio delle coscienze dei cittadini, chiamati a fare “la loro parte” e a pretendere risposte concrete, come, ad esempio, che l’industria smetta di produrre materiali di scarto e oggetti che non possono essere riusati, riciclati o compostati.

La tragica situazione italiana in materia di rifiuti ci obbliga a riflettere sulla visione di una società “Zero Waste” e a spogliarla di qualsiasi connotazione utopica.

Forse vittima di un’infelice traduzione letterale in “Zero Rifiuti”, il vero spirito del “Zero Waste” risiede nell'etimologia inglese, che associa il termine al verbo “to waste”, ovvero “scartare, sperperare, sprecare”. Il nostro sostantivo “rifiuto”, inteso nel senso di immondizia è, al contrario, direttamente collegato al significato di rigetto, disfarsi di qualcosa, senza alcun riferimento all'idea di scarto, spreco o sperpero.

Rendere il nostro Bel Paese una nazione a “Spreco Zero”, invece di farne una costellazione di discariche e termovalorizzatori, non è affatto utopia. L’esempio scozzese ne è una prova: la congiunzione di pratiche delle comunità (riuso, riparazione, riciclaggio, compostaggio), responsabilità delle industrie (eliminazione delle sostanze tossiche, riprogettazione di imballaggi e di prodotti) e scelte politiche ferme e vincolanti, rende possibile la costituzione di questo nuovo tipo di società, meno consumistica e più etica.

Roberta Ragni

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