Il pesce degli abissi capace di vedere i colori nell’oscurità più totale

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Negli abissi la luce non arriva, ma il pesce vede lo stesso, persino i colori. Un gruppo di ricerca dell’Università di Basilea (Svizzera) in collaborazione con diversi istituti australiani, statunitensi ed europei, ha dimostrato che, anche a profondità di 1000 metri, qualche colore può essere percepito. Grazie all’evoluzione.

Negli abissi i raggi solari non arrivano, ma già da una quindicina d’anni si sa che anche laggiù appare talvolta una debole bioluminescenza da gamberetti, polpi, batteri e persino pesci, i quali incredibilmente riescono a vederla, distinguendo i colori.

L’evoluzione ha portato negli abissi non solo più creature di quanto si pensasse in passato, ma anche dotate di superpoteri? In un certo senso sì, o meglio, ha selezionato quegli individui che “sono riusciti a mettere da parte” dei geni che consentono una visione molto più complessa dei loro simili che nuotano in acque superficiali o poco profonde.

In particolare i ricercatori hanno dimostrato che alcune specie di pesci degli abissi sono dotate di un numero superiore di opsine, cosa che si traduce in una supervista. Le opsine, infatti, sono proteine che si “attivano” quando arriva la luce, ma che nei vertebrati hanno azione limitata, consentendo sì la vista in condizioni di scarsa illuminazione, ma solo in bianco e nero. Più opsine, più combinazioni di lunghezze d’onda, più colori.

Sembra facile, anche se in realtà è un meccanismo complesso, che nelle creature delle acque profonde è davvero straordinario. I ricercatori hanno infatti cercato geni di opsina in 101 specie di pesci, tra cui sette dell’Oceano Atlantico i cui genomi sono stati del tutto decifrati e tra cui spiccavano 4 con almeno 5 geni (uno addirittura 38), contro 1 o 2 degli altri.

pesce vista abissi1

Foto: Altounian/Sciencezuzana; Musilova/University of Basel/Charles University via Science Magazine 

Paradosso della natura? No, meraviglia della natura. Dove c’è più oscurità c’è bisogno di occhi migliori. Come spiegano i ricercatori, infatti, i pesci delle profondità hanno avuto un totale di 24 mutazioni che hanno modificato la funzione delle loro opsine, mettendo a punto un set in grado di percepire una ristretta gamma di colori, proprio quelli della bioluminescenza.

“Alcune di queste opsine potrebbero essere sintetizzate per rilevare particolari segnali bioluminescenti associati a cibo, pericolo o interazioni sociali” ha spiegato a questo proposito Gil Rosenthal, ricercatrice presso la Texas A & M University (USA). Una necessità dunque.

E si sa, quando la natura agisce indisturbata, può agire velocemente (per i tempi dell’evoluzione). Le 4 specie degli abissi analizzate, infatti appartenevano a 3 rami diversi dell’albero genealogico, il che indica una rapida evoluzione.

Come accade, sostengono i ricercatori, in condizioni estreme, che inducono una pressione selettiva insolita.

Dobbiamo accettare, ancora una volta, di avere una visione limitata. In molti sensi.

Il lavoro è stato pubblicato su Science.

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Roberta De Carolis

Cover: Pavel Riha/University of South Bohemia via Science Magazine

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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