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La patata selvatica indigena è tornata (e potrebbe aiutarci a combattere la fame)

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Questo piccolo tubero potrebbe aiutare la scienza a sviluppare piante più adatte in risposta ai cambiamenti climatici

Sappiamo che la patata è un alimento importato in Europa da Cristoforo Colombo, dopo la scoperta dell’America. Ma pochi sanno che questo tubero rappresenta anche una delle più antiche piante coltivate dai nativi americani e consumate nella dieta molte migliaia di anni fa. Si trattava, all’epoca, di una patata “selvatica” che cresceva spontaneamente nell’area oggi occupata dagli Stati Uniti sud-occidentali: il Solanum jamesii. Qualche anno fa è stata trovata nel sito di un insediamento preistorico risalente a più di 11.000 anni fa – la prima attestazione dell’uso delle patate in Nord America.

Oggi questa patata non viene più coltivata, sostituita da varietà “addomesticate” più adatte agli standard della produzione industriale. Ma se ci fosse il modo di reintrodurla nell’alimentazione moderna? La sua presenza nelle nostre diete potrebbe rappresentare un importante punto di svolta: malgrado le sue dimensioni molto contenute (una dozzina di queste stanno comodamente nel palmo di una mano), la patata selvatica è ricchissima di nutrienti e sali minerali. Contiene il doppio delle proteine, dello zinco e del manganese e tre volte il quantitativo di calcio e ferro di una normale patata. Ecco perché per gli indigeni che la raccoglievano, il suo valore andava oltre il mero nutrimento: essi la utilizzavano infatti come medicina, e come parte delle cerimonie religiose.

Ma non solo. La patata selvatica è nota anche per la sua incredibile resistenza: è in grado di sopportare malattie, gelo, ma anche siccità – una “dote” che sta diventando sempre più importante a causa dei cambiamenti climatici. Nei periodi di siccità intensa e in mancanza di acqua, questi tuberi rimangono dormienti e possono sopravvivere in questo modo fino a 16 anni, se necessario. In pratica, un’assicurazione naturale di cibo anche per i momenti di carestia – proprio come una banca di semi.

Ecco perché i ricercatori sono al lavoro con le comunità indigene per comprendere i segreti della coltivazione di questo tubero: ovviamente la maggior parte del raccolto finisce nelle mani delle popolazioni locali che se ne occupano, ma agli scienziati servono i semi e i germogli per creare una super-patata in grado di resistere alle malattie e alla siccità che ci aspetta nei prossimi anni a causa del riscaldamento globale. Questo tubero così antico potrebbe davvero rappresentare una rivoluzione per il futuro della nostra alimentazione.

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Fonte: PNAS

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Sono laureata in Lingue e Culture Straniere. Da sempre attenta alle problematiche ambientali e rivolta a uno stile di vita ecosostenibile, tento nel mio piccolo di ridurre al minimo l’impronta ambientale con scelte responsabili nel rispetto della natura che mi circonda.
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