La storia del siflio, preziosa spezia dalle infinite proprietà scomparsa a causa dello sfruttamento umano

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Il silfio è una pianta spontanea ormai estinta, utilizzata in passato per aromatizzare i piatti in cucina ma anche come panacea di tutti i mali, grazie alle infinite proprietà che le erano attribuite. Proprio il suo enorme successo ne decretò la scomparsa.

Cos’è il siflio

La scoperta del silfio risale al 630 a.C, quando un gruppo di coloni partirono da Santorini, all’epoca nota come Thera, verso il Nordafrica. Lì, a Cirene, nell’attuale Libia, trovarono questa antica specie, poco dopo menzionata per la prima volta come Silphion. Da quel momento la spezia, probabilmente già nota alle popolazioni locali, divenne assai popolare tra greci e romani, che la utilizzavano in cucina e come pianta medicinale.

In breve tempo, il siflio ebbe un enorme successo e fece la fortuna degli abitanti di Cirene: i tentativi di coltivare la pianta fuori dal suo habitat naturale fallirono infatti miseramente, dunque la spezia veniva raccolta allo stato spontaneo dai locali e acquistata da greci e romani a prezzi molto elevati.

Ma che aspetto aveva questa pianta e per cosa veniva utilizzata? Teofrasto, nel suo Storia delle piante, la paragona al finocchio gigante e un’idea più precisa è possibile grazie alle ceramiche e ai dipinti in cui viene raffigurata. L’importanza economica la rese inoltre un vero e proprio simbolo della città, tanto che venne utilizzata sulle monete.

Le raffigurazioni della pianta confermano la descrizione di Teofrasto: il silfio somigliava infatti alla Ferula communis o nartex, piante appartenenti alla famiglia delle Apiaceae, anche se presentava costole più prominenti a livello del fusto e foglie alternate anziché opposte.

Secondo gli esperti, potrebbe trattarsi di una specie molto vicina alla Ferula tingitana, il finocchio gigante di Tangeri, ancora presente in alcune aree di NordAfrica e Medio Oriente.

Ferula tingitana

Ferula tingitana – ©nastaszia/Shutterstock

Proprietà e uso

Il siflio era impiegato come spezia preziosa per aromatizzare piatti a base di carne e verdure ma la radice e la resina erano utilizzate anche come medicamento per svariati disturbi, prevalentemente legati all’apparato digerente.

La sua somministrazione era dunque consigliata per migliorare la digestione, alleviare i dolori addominali, migliorare la funzionalità del fegato, combattere la stitichezza. Al siflio erano attribuite anche proprietà antipiretiche, antiasteniche, analgesiche, sudorifere, diuretiche e afrodisiache. La pianta era utile per curare infezioni e malattie ai reni, alla vescica, all’apparato respiratorio e osteoarticolare e addirittura il prolasso dell’ano.

Una vera e propria panacea, non priva però di effetti collaterali: il rimedio era considerato molto potente e l’abuso poteva causare disturbi intestinali rilevanti, mal di testa e bile secca. Il siflio era inoltre abortiva e anticoncezionale, azione comune anche in altre varietà di ferula. In ogni caso, secondo Plinio, si trattava di un “prezioso regalo della natura” e spiega che la migliore varietà era quella afgana, rispetto a quella persiana e siriana.

La scomparsa

Nonostante le modalità e le regole legate alla raccolta fossero abbastanza rigide (Teofrasto spiega che la raccolta era permessa solo in alcune zone e in determinate quantità) la pianta scomparve dopo soli 700 anni dalla sua scoperta, facendo del siflio la prima pianta nota per essersi estinta a causa dell’eccessivo sfruttamento da parte dell’uomo.

L’estinzione del siflio sembra infatti essere legata alla sua incredibile popolarità e, sebbene non si sappia con certezza come e perché questa pianta sia scomparsa, è noto che un centinaio di anni dopo, la scarsità della pianta causò un crollo dell’economia e che, dopo il primo secolo, non si ebbero più tracce di questa spezia.

La perdita del siflio dovrebbe farci riflettere sul modo in cui interagiamo con la natura e sull’uso che facciamo delle erbe. Non è un caso infatti se l’erboristeria e la fitoterapia utilizzano diverse piante per trattare disturbi simili, così come non è un caso se molte piante spontanee risultano protette.

Sebbene oggi molte piante usate in cucina ed erboristeria siano coltivate con successo ed esistano banche del seme per conservarne il genoma, resta il problema di tutelare e proteggere le specie per evitare che altre preziose piante abbiano il medesimo destino del siflio.

Per questo, quando si prelevano esemplari in natura, gli esperti raccomandano di non estirpare le piante e di non raccogliere più del necessario e, sempre per lo stesso motivo, la fitoterapia non si focalizza su un unico rimedio per curare un disturbo, se questo può essere trattato da più di una pianta. Il fine è quello di conservare la biodiversità, tanto preziosa per il Pianeta e per la nostra sopravvivenza.

Fonti di riferimento: Marco Valussi/Il Giornale del cibo/Cambridge University

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Laureata in Scienze e Tecnologie Erboristiche, redattrice web dal 2013, ha pubblicato per Edizioni Età dell’Acquario "Saponi e cosmetici fai da te", "La Salvia tuttofare" e "La cipolla tuttofare".
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