Acidificazione oceani: i gusci delle conchiglie si stanno sciogliendo per colpa della co2

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I gusci delle conchiglie si stanno dissolvendo. Colpa dell’acidificazione delle acque degli oceani, dovuta alla presenza di una quantità sempre maggiore di anidride carbonica. È quanto sostengono i ricercatori dell’ente britannico per la ricerca in Antartide, il British Antarctic Survey, che hanno raccolto i primi dati sull’allarmante fenomeno, pubblicandoli sulla rivista Nature Geoscience.

Durante una ricerca sul campo del 2008, il team di scienziati, insieme a colleghi della University of East Anglia e del National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) hanno scoperto che nelle acque dell’Oceano Meridionale i gusci degli pteropodi, molluschi oloplanctonici che nuotano per mezzo di espansioni laterali, riportavano gravissimi danni. La corazza dei piccoli animali, fonte di cibo fondamentale per pesci e uccelli e importantissimi per il ciclo del carbonio degli oceani, si stava letteralmente dissolvendo.

Tentando di risalire alla causa del fenomeno, gli esperti hanno scoperto che si trattava di una delle prime conseguenze dell’impatto dell’acidificazione degli oceani sugli esseri viventi che li popolano. Era l’acqua corrosiva a sciogliere i gusci degli pteropodi. “L’acidificazione degli oceani – spiegano i ricercatori in una notaè causata dall’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera, aumentata a causa delle emissioni di combustione di combustibili fossili. Alcuni esperimenti di laboratorio avevano già dimostrato il potenziale effetto dell’acidificazione degli oceani sugli organismi marini, ma, fino a oggi, c’erano davvero poche prove del suo impatto in natura.

La nuova scoperta, invece, supporta le precedenti previsioni e, dal momento che la situazione potrebbe precipitare entro il 2050, come dicono gli scienziati, ora si teme che il problema possa aggravarsi per via del cosiddetto ”effetto farfalla”. Nell’arco di pochi secoli il processo di acidificazione ”indebolirà la capacità di costruire il proprio guscio protettivo in organismi come coralli, vongole, chiocciole, ricci di mare e alcune alghe calcaree”, osserva in un commento su Nature Geoscience il biologo marino Justin Ries, dell’università del North Carolina. È qui che entra in gioco l’ “effetto farfalla”: il fenomeno, che attualmente riguarda un piccolissimo numero di animali, potrebbe estendersi in breve tempo all’intero pianeta.

Basti pensare che i molluschi sono un’importante fonte di cibo per aringhe, salmoni, orche e balene, oltre a fornire sedimenti essenziali per garantire lo scambio del carbonio negli oceani.

Roberta Ragni

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Caporedattore di greenMe. Dopo una laurea e un master in traduzione, diventa giornalista ambientale. Ha vinto il premio giornalistico “Lidia Giordani”, autrice di “Mettici lo zampino. Tanti progetti fai da te per rendere felici i tuoi amici a 4 zampe” edito per Gribaudo - Feltrinelli Editore nel 2015.
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