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Si tratta di un enorme disastro ecologico. Giovedì scorso, 22 aprile, la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è sprofondata a 84 chilometri dal porto di Venice, nel Golfo del Messico. Due giorni prima un tubo di trivellazione aveva causato una forte esplosione da cui si era generato un incendio di vaste proporzioni durato 36 ore. A bordo erano presenti 126 uomini, 17 dei quali sono rimasti feriti, 4 in gravi condizioni. Undici operai sono ancora dispersi.

La situazione diventa ogni ora più difficile: la macchia nera di petrolio si espande infatti senza sosta e una quantità di 1000 barili al giorno viene dispersa nell’Oceano. La compagnia petrolifera Bp ha inviato 32 navi per pulire le acque e alcuni velivoli che disperdono sul mare uno spray diluente. Operazioni che però ostacolate dal maltempo che sta flagellando il Golfo.

La Bp, che all’inizio si era dimostrata ottimista sulla possibilità di evitare il disastro sta facendo marcia indietro. Doug Suttles, il responsabile delle perforazioni della compagnia, ha infatti affermato in questo ore che il compito di arrestare l’avanzare della macchia per evitare che raggiunga le coste della Louisiana sta rivelando “estremamente complicato” e “potrebbe non riuscire”. Ma la Bp non è nuova a situazioni del genere. Nel 2009 la compagnia petrolifera era stata infatti multata per 87 milioni di dollari dopo che in un’esplosione avvenuta in una raffineria di Texas City 15 persone avevano perso la vita.

In Italia forte preoccupazione per l’enorme danno ambientale causato dall’esplosione sono le associazioni ambientaliste Greenpeace e il Wwf. Alessandro Gianni, direttore delle Campagne di Greenpeace, riporta la questione qui in Italia. “Decenni di maree nere non ci hanno insegnato niente: in Italia, il governo continua a rilasciare autorizzazioni a valanga, soprattutto in Adriatico e, da ultimo, anche al largo delle Isole Tremiti”, denuncia Gianni aggiungendo come ormai sia tempo di “dedicarsi davvero alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica. Così, invece di uccidere i lavoratori, potremmo creare migliaia di posti di lavoro e raggiungere una maggiore indipendenza energetica”. “L’unica soluzione - conclude - è smetterla con le esplorazioni offshore e avviare una decisa rivoluzione energetica per liberarci dalla schiavitù del petrolio e dai pericoli del trasporto degli idrocarburi”.

Marco Costantini, responsabile Programma Mare del WWF Italia ricorda come il disastro del Golfo del Messico “vada a sommarsi alle problematiche che quest’area regolarmente subisce a causa dell’eccessivo apporto di nutrienti provenienti dal fiume Mississipi”. Ma non è tutto. “La marea nera sta raggiungendo i paradisi naturali come l'arcipelago delle Chandeleurs area di nidificazione di uccelli marini già colpiti dal disastro Katrina”, aggiunge infine Costantini.

Rosamaria Freda


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