Fotovoltaico: Google investe nel progetto Solar City per diffondere i pannelli solari nelle famiglie americane

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Immaginate di essere uno degli amministratori della più grande azienda statunitense di pannelli solari. Avete un bel conto in banca e gli affari vanno bene. Mentre sorseggiate il primo caffé della giornata però, non avete ancora idea di quanto tra poco andranno meglio. A bussare alla porta del vero amministratore di Solar City, qualche tempo fa, sono stati i famosi “googler”, dipendenti della multinazionale con sede a Mountain View. Nel taschino della giacca di uno di loro, dietro la scritta Google in bella mostra, c’era una proposta che vi avrebbe fatto sobbalzare: 280 milioni di dollari per finanziare voi e la vostra attività.

L’accordo, manco a dirlo, è stato firmato subito: i soldi serviranno a incentivare – con prestiti e agevolazioni fiscali – la vendita e installazione di pannelli solari in giro per gli USA. In cambio Google terrà per sé parte dei profitti, garantendo inoltre ai propri dipendenti (i googler appunto) tutti i servizi che vorranno richiedere a Solar City. Ma perché mai, viene da chiedersi, i proprietari del sito internet n° 1 nonché primo motore di ricerca al mondo hanno deciso di investire nelle energie rinnovabili?

Credere in una fede ambientalista genuina è dura, vista la propensione al business che ha contraddistinto fin dalle origini la multinazionale. Più probabile è la volontà di brand awareness, cioè di cura dell’immagine sull’onda green che ha investito il mondo.

E infatti non è certo questo il primo investimento del genere fatto da Google. Come non ricordare lo sfizio di comprarsi 200 capre per “tagliare” l’erba del prato della sede centrale? E chi non ha mai sentito parlare del data center di Hamina (Finlandia), dove i server vengono raffreddati con acqua di mare? Basti pensare che, con l’ultimo versamento a Solar City, Google ha investito più di 680 milioni di dollari in progetti legati al settore della sostenibilità ambientale. A noi che non siamo né googler né amministratori aziendali non resta che sperare di vederne altrettanti spesi nei prossimi anni, magari anche in Italia – dove Google.it, per la cronaca, è il primo sito per numero di accessi giornalieri.

Roberto Zambon

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Miomojo

Le borse vegan tutte italiane realizzate con “pelle di cactus” e scarti delle mele

Orto d’Autore

Come scegliere una marmellata buona e di qualità

Misura

In arrivo più di 13mila nuovi alberi in Italia, dai calanchi di Matera all’agricoltura urbana di Milano

Mediterranea

Olio di oliva e materie prime a km0: come nasce una crema Mediterranea

Schär

Schär Bio, il gluten free biologico che ha contribuito a far nascere una foresta

Cristalfarma
NaturaleBio
Seguici su Instagram
seguici su Facebook