Google_solar_city

Immaginate di essere uno degli amministratori della più grande azienda statunitense di pannelli solari. Avete un bel conto in banca e gli affari vanno bene. Mentre sorseggiate il primo caffé della giornata però, non avete ancora idea di quanto tra poco andranno meglio. A bussare alla porta del vero amministratore di Solar City, qualche tempo fa, sono stati i famosi “googler”, dipendenti della multinazionale con sede a Mountain View. Nel taschino della giacca di uno di loro, dietro la scritta Google in bella mostra, c'era una proposta che vi avrebbe fatto sobbalzare: 280 milioni di dollari per finanziare voi e la vostra attività.

L'accordo, manco a dirlo, è stato firmato subito: i soldi serviranno a incentivare – con prestiti e agevolazioni fiscali – la vendita e installazione di pannelli solari in giro per gli USA. In cambio Google terrà per sé parte dei profitti, garantendo inoltre ai propri dipendenti (i googler appunto) tutti i servizi che vorranno richiedere a Solar City. Ma perché mai, viene da chiedersi, i proprietari del sito internet n° 1 nonché primo motore di ricerca al mondo hanno deciso di investire nelle energie rinnovabili?

Credere in una fede ambientalista genuina è dura, vista la propensione al business che ha contraddistinto fin dalle origini la multinazionale. Più probabile è la volontà di brand awareness, cioè di cura dell'immagine sull'onda green che ha investito il mondo.

E infatti non è certo questo il primo investimento del genere fatto da Google. Come non ricordare lo sfizio di comprarsi 200 capre per “tagliare” l'erba del prato della sede centrale? E chi non ha mai sentito parlare del data center di Hamina (Finlandia), dove i server vengono raffreddati con acqua di mare? Basti pensare che, con l'ultimo versamento a Solar City, Google ha investito più di 680 milioni di dollari in progetti legati al settore della sostenibilità ambientale. A noi che non siamo né googler né amministratori aziendali non resta che sperare di vederne altrettanti spesi nei prossimi anni, magari anche in Italia – dove Google.it, per la cronaca, è il primo sito per numero di accessi giornalieri.

Roberto Zambon

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