Home restaurant: l’antitrust blocca la legge della discordia e difende la sharing economy

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Dalla parte degli home restaurant e del social eating, da mesi nel mirino del mondo della ristorazione che chiede regole più severe, arriva un documento dell’Agcm.

L’autorità avverte: le norme inserite nel ddl 2647 potrebbero limitare la concorrenza e la libertà di scelta del consumatore, oltre a porsi in contrasto con il diritto Ue. Una buona notizia per i sostenitori della sharing economy e della ristorazione in abitazioni private

Home restaurant, le preoccupazioni dei ristoratori

Facciamo un passo indietro. La sharing economy priva di regole negli ultimi anni si è diffusa come uno dei nuovi paradigmi economici, ma si scontra in vari comparti con le posizioni di lobby o metodi di business tradizionali. In questo caso sono i ristoratori ad essersi preoccupati sempre maggiormente delle ripercussioni sul loro lavoro, lamentando di essere sottoposti a leggi molto severe sulla somministrazione di alimenti, che gli home restaurant aggirano.

Concorrenza sleale o semplice voglia di condivisione che non ha senso sottoporre a normativa alcuna? In molti casi è vero che gli home restaurant sono nati dalla voglia di “chef occasionali”, spinti dallo spirito social che ormai pervade la società, di aprire le porte delle proprie case e cucinare per invitati sconosciuti, potenziali nuovi amici o semplici interessati a sperimentare il social eating. In altri casi però il motore è stato il guadagno svincolato da quelle regole a cui invece devono sottostare i ristoratori tradizionali.

Home restaurant, le ragioni della protesta

Ecco perché è stato necessario un intervento istituzionale, non senza una battaglia aperta, che in queste ultime ore ha visto appunto l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato accogliere l’appello degli Home Restaurant e dei Bed and Breakfast italiani, rappresentati da Giambattista Scivoletto, fondatore di bed-and-breakfast.it e di HomeRestaurant.com. Tra gli altri che si sono scagliati contro il decreto citiamo anche Gaetano Campolo, che a giugno dovrebbe lanciare Home Restaurant Hotel, un’app che consente di individuare proprio gli home restaurant italiani e si chiede come sia possibile che una startup simile sia perfettamente legale in 18 Paesi ma non nel nostro.

I limiti imposti dal decreto sugli home restaurant

Il ddl è in esame al Senato, intanto appunto è intervenuta l’Agcm, che ha inviato un documento al MiSE e al ministero dell’Economia, in cui evidenza i limiti eccessivi del decreto. Innanzitutto, il decreto imporrebbe che tutte le attività di home restaurant passassero attraverso piattaforme digitali predisposte per mettere in contatto cuochi e utenti e per effettuare le transazioni, che devono quindi avvenire “esclusivamente attraverso sistemi di pagamento elettronico”. Questo però significa che occorre pagare prima di aver fruito della prestazione, che in caso di disdetta potrebbero sorgere problemi e che sarebbero penalizzati i clienti che non hanno familiarità con i meccanismi digitali.

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Il decreto fissa poi un limite di 500 coperti all’anno e 5.000 euro di ricavi, che per l’Agcm è in netto contrasto con i principi di liberalizzazione previsti dalla nostra normativa e con la libera iniziativa economica e di tutela della concorrenza. Infine, non sarebbe permessa l’attività di home restaurant a strutture come b&b e case vacanza in forma non imprenditoriale: per l’Agcom è una limitazione “priva di motivazioni e ingiustificatamente restrittiva”.

Anna Tita Gallo