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Probabilmente esiste un legame fra la crisi economica in corso e il grande impulso che sta conoscendo il design autoprodotto in questi ultimi anni. Molto più di un fenomeno isolato. Non ancora una pratica definita. Certamente un’avanguardia, come si sarebbe detto qualche decennio fa. Ma con le premesse del contemporaneo: frammentaria, diversificata, eterogenea. Si ritrovano sotto una definizione comune: soggetti che controllano in prima persona tutta la filiera produttiva del progetto. Dall’ideazione alla realizzazione fino alla distribuzione e comunicazione.

Ne fanno parte figure provenienti da formazioni ed esperienze molto diverse: dai designer affermati che affiancano all’attività di progettazione per le aziende, la creazione di brand o collezioni personali, ai giovani designer che usano l’autoproduzione come banco di prova per testare capacità e competenze e magari per presentarsi alle grandi aziende fino ai designer/artigiani, coloro che associano alla progettazione 3D una spiccata manualità. La sfera digitale ha introdotto poi anche figure vicine al mondo del Fabbing e della Fabbricazione Digitale che consentono di produrre piccole serie in modo inedito attraverso macchine di precisione che si attivano a partire da file.

Le storie personali e le collezioni di tutte queste differenti famiglie del design contemporaneo si ritrovano a partire da oggi a e fino al 6 Novembnre a Torino. La manifestazione che li accoglie si chiama Operae ed è una mostra-mercato del design autoprodotto. Si sviluppa in tre differenti location della città, solitamente non adibite a ospitare manifestazioni o essere aperte al pubblico. Gli espositori provengono da tutta Italia. A loro si aggiunge una cordata di designer ungheresi, invitati per offrire uno sguardo sul sistema del design dell’Est Europa, velocemente cresciuto in parallelo al vorticoso sviluppo economico.

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Sono oltre quaranta e arrivano per far presente a un pubblico ancora poco alfabetizzato che l’autoproduzione è anche design. Non fai-da-te né bricolage . Possiede regole nuove: rapporto diretto tra produttore e fruitore, filiera a km0 e efficacia progettuale. L’autoproduzione unisce competenze fini a talentuosità innate o acquisite, in alternativa promuove collaborazioni tra designer e artigiani o piccole-medie aziende. Non ragiona per produzioni di massa, bensì in piccole serie o pezzi unici. Se ne avvantaggia la qualità del prodotto, l’innovazione e la libertà di esprimersi. Nonché la sostenibilità dell’intero processo: sollecitato a usare risorse autoctone o materia derivata da scarti, costretto a coinvolgere professionalità emarginate dal sistema industriale e indotto a raggiungere risultati efficaci in condizioni spesso di ridotte possibilità economiche, il designer che autoproduce riflette la presenza di un movimento dal basso che intende farsi ascoltare.

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Attorno alla manifestazione si estende una serie di attività collaterali, figlie di interrogativi da risolvere e di questioni aperte. Design autoprodotto è l’espressione giusta, o sarebbe più corretto parlare di design autoriale? La domanda è al centro del convegno che si svolgerà domani, sabato 5 novembre e ospiterà un dialogo tra Enzo Mari, padre del design radicale degli anni ’70 e Paolo Ulian, portavoce di una nuova generazione di designer. Ad altre domande cercherà di dare risposta il seminario sulla tutela del design e il bookshop aperto per l’occasione dalla casa editrice Corraini di Mantova.

L’obiettivo è portare agli occhi del pubblico una realtà viva e perfettamente allineata lungo la traiettoria scavata dal sistema industriale contemporaneo: destinato a ridimensionarsi dimensioni e produzioni a favore di soluzioni maggiormente efficienti.

Pamela Pelatelli

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