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Esiste un modo diverso di fare la raccolta differenziata che non sia separare la plastica, dal vetro, dalla carta, al momento in cui la si getta nella spazzatura? Quel modo di rimanere sospesi tra i vari cestini, dopo aver usato il prodotto e prima di riciclarne l’involucro, può sembrare il prologo di una pratica semplice ed efficace. In realtà, ne esiste un’ altra. Dà da mangiare a intere famiglie del Sud America, toglie le ragazze dalla strada e i figli dai carceri minorili. Si tratta della raccolta fatta rovistando direttamente nelle discariche.

Per i cittadini di Rio De Janeiro, la pratica del riciclo è ancora un sogno lontano. A fare la differenziata ci pensano i catadores. Sono decine. Centinaia. Si muovono come formiche in mezzo a montagne di rifiuti che ogni quarto d’ora si arricchiscono di nuovi carichi provenienti dalla città e dalla periferia attorno.

Vengono pagati 25 dollari al giorno. Per ogni chilo di PET si ricava 70 cent. Per un chilo di vetro 7 cent. Sono donne, uomini, spesso bambini che sono riusciti a sfuggire alle bande della malavita e che hanno deciso di fare una scelta orgogliosa anche se difficile.

Nessuno parla di loro. Esistono. Compiono il loro lavoro silenziosamente. Restano ai margini come rifiuti, appunto. Si accumulano in minuscoli angoli della terra e rimangono lì in attesa. Sorridono con dignità. Ridono, anche.

Un paio di anni fa, alcuni di loro sono stati resi famosi da Vik Muniz, il più noto artista brasiliano degli ultimi anni, che ha deciso di raccontare la vita di questi essere umani dimenticati da dio e di portare alla ribalta i loro visi.

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E ora la storia di quel riscatto e del mondo in cui queste persone vivono è diventato oggetto di un documentario intitolato Waste Land, candidato al premio Oscar 2011 come miglior documentario e vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival.

Con la proiezione di Waste Land è iniziato ieri sera la quattordicesima edizione di Cinemambiente, la consueta rassegna cinematografica torinese che come ogni anno si conferma un’ottima vetrina dalla quale vedere quello che succede là fuori: rifiuti, nucleare, territorio, spreco alimentare, energie alternative…Argomenti che sempre più oltrepassano il confine tra ciò che è ambientalista e ciò che non lo è.

Volevo cambiare la mentalità delle persone a partire dalle cose che loro usano nel quotidiano: e la prima cosa sono i rifiuti” dice ad un certo punto del film l’artista Muniz. Si getta per un anno nella discarica di Jardim Gramacho: conosce i catadores, dialoga con loro, scopre le loro vite. Fino a rendere protagonisti sei di loro di una fotografia che dopo lo scatto diventa il punto di partenza per una rielaborazione dei pieni e dei vuoti tramite l’uso della spazzatura.

“C’è talmente tanto eccesso, qui, da diventare arte” commenta a un certo punto Muniz guardando lo sfondo di una delle foto, traboccante di rifiuti di ogni genere. I suoi quadri vanno a ruba al punto da riuscire a raccogliere duecentocinquantamila dollari. Soldi che Muniz devolve all’associazione che difende i diritti dei catadores della discarica di Jardim Gramacho. E che servono per finanziare la creazione di un centro di riciclaggio al posto della vecchia discarica.

Una storia a lieto fine. La narrazione di un cambiamento. Lento. Condotto lasciandosi guidare dalla bellezza che si nasconde nella spazzatura. Che non guarda con clemenza i milioni di tonnellate di rifiuti che ogni ora vengono scaricate in una periferia di Rio De Janeiro, ma concepisce la compassione nei confronti di coloro che su questa opulenza riescono comunque a sopravvivere.

Pamela Pelatelli

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