Slow-fish-pesce-povero

Si conclude oggi l'appuntamento con il pesce targato Slow food, un evento che si ripete ormai da qualche anno, merito della buona organizzazione, della cornice suggestiva (la fiera di Genova affacciata sul mare) e di una rete fatta di produttori e consumatori che, piano piano, continua ad allargarsi.

 

Lo slogan dell'edizione 2011la specie in più: i pescatori – sottolinea il ruolo chiave di questi ultimi nella gestione dell'ecosistema marino, per quanto poi nelle tante degustazioni, negli incontri, nei laboratori e via dicendo si sia parlato anche d'altro. Il vero tema non poteva che essere il pesce, quello nostrano prima di tutto, con una presenza massiccia di stand pugliesi, calabresi, campani e siciliani. Spazio inoltre ai presidi slowfood, prodotti tutelati dall'associazione sia all'interno del territorio nazionale (Anguilla marinata delle Valli di Comacchio, Alici di Menaica, Tonnarella di Camoglia, ecc...) sia al di fuori dello stesso (Ostriche naturali della Bretagna, Bottarga di muggine delle donne Imraguen, Astice di Oosterschelde, ecc...).

Il fitto programma dal 27 al 30 maggio è stato suddiviso – come accade sempre nei vari eventi promossi da slowfood – in incontri su prenotazione (a pagamento) e incontri a ingresso libero (gratuiti). Tra i primi si sono distinti senza dubbio i Laboratori del Gusto, sale apparecchiate ad hoc dove pubblico e produttori hanno degustato, in un'atmosfera da pochi intimi, piatti prelibati accompagnati da vini di cantine rinomate. A questi si sono affiancati i Teatri del Gusto, simili ai Laboratori ma con un'enfasi sul lato ludico e spettacolare dell'incontro. Tra i secondi da segnalare invece conferenze (come i Laboratori dell'acqua) e tavole rotonde (ad esempio il Personal Shopper), alle quali hanno partecipato, oltre che adulti, anche bambini e scolaresche da ogni parte d'Italia. Fondamentale il supporto di partner e istituti tra cui la Regione Liguria, la Provincia di Genova o l'Università di Scienze Gastronomiche.

Proprio quest'ultima ha firmato uno degli incontri più graditi al pubblico, e cioé il cosiddetto Slow Sushi, il tipico piatto giapponese in versione sostenibile, con la scelta di pesce meno conosciuto e, di conseguenza, ancora abbastanza diffuso. Perché è inutile girarci attorno: che si tratti di sushi, di spesa al mercato o di cena al ristorante, il punto è lo stesso illustrato dal documentario The end of the line. Di pesce ce n'è sempre meno, ma non per una maledizione divina o chissà che altro: la colpa è soprattutto del consumatore, che per pigrizia o ignoranza limita la propria dieta ai soliti pesci: orate, spigole/branzini, tonni e così via. Il mercato, di conseguenza, si adatta, e il risultato è un depauperamento che rasenta il collasso di alcuni stock ittici a livello mondiale. Ma la soluzione c'è: il cosiddetto “pesce povero” di una volta, fatto di boghe, alalunga, pagello, leccia, sugarello, sarago, sgombro, cefalo, mormora, occhiata, zerro, lampuga... Insomma, non è che siamo in troppi, è che in troppi cerchiamo gli stessi prodotti, spesso i più costosi e quelli che, per dimensione, accumulano nei tessuti una maggior quantità di metalli pesanti. Cambiare il sistema sarebbe quindi non solo possibile, ma salutare e opportuno per tutti. Compreso il nostro futuro.

Roberto Zambon

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