Metano “non convenzionale”: tutti i pro e i contro del gas naturale estratto dalle rocce

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Gli esperti lo chiamano shale gas ma è più noto con il nome di “metano non convenzionale”. Si tratta di un gas naturale, in prevalenza metano, contenuto in rocce scistose a circa un chilometro di profondità. La differenza con il metano tradizionale sta nel tipo di estrazione richiesta: molto più complessa e costosa. Almeno fino a qualche anno fa.

Le nuove tecnologie estrattive, infatti, stanno cambiando rapidamente lo status quo energetico mondiale: le trivellazioni si moltiplicano in tutto il mondo e a farne le spese potrebbero essere intere nazioni, come Russia e Iran, che da sole possiedono più della metà delle riserve convenzionali (il colosso Gazprom, ad esempio, è il principale fornitore dell’Europa).

Tutto è cominciato qualche anno fa negli Stati Uniti, dove un inatteso progresso in campo ingegneristico ha comportato un notevole miglioramento dei sistemi di perforazione orizzontale e di fratturazione idraulica, proprio ciò che serve per estrarre lo shale gas, oltretutto a costi dimezzati rispetto al metano convenzionale. Giacimenti che prima si consideravano inaccessibili sono stati rivalutati e c’è stato un vero e proprio boom di richieste di permessi per trivellare (+ 300% rispetto a 2010 nella sola Pennsylvania), tanto che ora gli USA sono considerati il primo produttore di metano al mondo.

Quali prospettive? Dal punto di vista delle riserve mondiali il dibattito è acceso: c’è chi dice che si potrebbe soddisfare la domanda energetica del pianeta per i prossimi 50.000 anni, chi ha stimato per l’Europa un aumento del 50% di metano sfruttando solo il 10% dei giacimenti di shale gas presenti nel vecchio continente, chi ha parlato di un +100% a livello globale, una cifra che renderebbe questa risorsa abbandonate come il carbone… tutti, comunque, sono d’accordo sull’enorme potenzialità delle riserve, benché nessuno sappia ancora quantificarne le dimensioni (un po’ come accade per il petrolio).

A proposito di sostenibilità invece, Christopher Flavin del Worldwatch Institute considera lo shale gas una risorsa ideale per colmare i “buchi di produzione” di energie volatili come l’eolico o il solare. Soluzioni che già esistono: nel nostro paese ad esempio, l´Enel sta ultimando a Priolo, in Sicilia, la prima centrale termosolare italiana, che affianca all’energia creata dagli specchi solari una normale centrale a gas. Lo stesso Worldwatch Institute calcola che se tutte le centrali a carbone del mondo fossero convertite a gas metano le emissioni globali di 2“>anidride carbonica diminuirebbero di 5 miliardi di tonnellate l’anno, circa il 18%. Eppure, a farne le spese potrebbe essere proprio l’ambiente che si tenta di salvaguardare.

È evidente che frantumare interi strati rocciosi del sottosuolo può comprometterne la stabilità idrogeologico, con un rischio molto alto per le falde acquifere. Inoltre, per aprire un singolo pozzo occorre sparare sottoterra circa 10 milioni di litri d’acqua – bene sempre più a rischio – la quale risale insieme al gas inquinata da additivi chimici. È dunque necessario un intervento di bonifica a seguito di ogni estrazione. Ma se il disastro avviene prima? È già accaduto due mesi fa a Caddo Parish (Louisiana), quando centinaia di persone sono state evacuate perché l’acqua potabile dei rubinetti risultò inquinata a seguito della trivellazione di un pozzo di shale gas.

Massima attenzione dunque, non solo in America ma anche nel resto del mondo, Europa compresa. Perforazioni di questo tipo sono tuttora in corso in Germania, Francia, Svizzera, Polonia e Italia. Nella fattispecie in Toscana (fiume Bruna), in Sicilia (Val di Noto) e in Sardegna (territorio del Sulcis). Vale la pena mettere a rischio ecosistemi simili per far muovere le nostre auto o riscaldare le nostre abitazioni? Qualunque sia la risposta, l’importante è trovarla in tempo.

Roberto Zambon

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