virus_MIT

L'ultima novità nel campo dell'energia solare arriva dal Massachusetts Institute of technology ed è talmente strana che si stenta a crederci. Si tratta di una ricerca che ha per protagonisti celle solari e una versione geneticamente modificata del virusM13, condotta da un team di ricercatori tra cui il professor Michael Strano, già noto per le sue ricerche innovative nel settore del fotovoltaico.

Lo studio ha dimostrato che l'impiego dei virus GM aumenta la resa dei pannelli solari di circa il 10-8% (1/3 degli standard attuali), poiché consente di sfruttare al meglio i nanotubi di carbonio all'interno dello stesso pannello. Detta così sembra fantascienza... Eppure, la ricerca è appena stata pubblicata on-line sulla rivista Nature Nanotechnology nonché sul sito web del Mit, e oggi ne parla già mezzo mondo.

La scoperta ha infatti potenzialità notevoli: l'uso di nanotubi in carbonio nella tecnologia fotovoltaica, almeno fino ad oggi, è sempre risultato tanto accattivante quanto difficile da gestire. Questo perché i nanotubi, se da una parte consentono di accorciare i tempi di percorrenza degli elettroni all'interno delle celle – e dunque di migliorare le prestazioni – dall'altra tendono ad aggregarsi tra di loro, come fossero microscopiche calamite, cosa che ne riduce l'utilità. I ricercatori di Strano & co., impiegando il virus M13 GM – che per la cronaca infetta di solito i batteri – hanno rimediato a questo inconveniente, e infatti nei loro test i nanotubi sono rimasti separati. In più, il virus M13 GM è in grado di produrre un rivestimento di biossido di titanio (TiO2) intorno ai nanotubi, il che è un'ottima cosa visto che nella tecnologia dye-sensitized, quella brevettata da Strano e impiegata nei test, l'ingrediente chiave è proprio il TiO2.

Svolgendo ora una funzione ora l'altra, l'attività del virus può inoltre essere determinata cambiando l'acidità dell'ambiente in cui è immerso. E non è finita: poiché il virus rende i nanotubi solubili in acqua, questi ultimi si potranno d'ora in poi inserire nelle celle solari con processi a base d'acqua. In altre parole, a temperatura ambiente. "Le celle solari dye-sensitized, ha detto in proposito il professore di chimica e biochimica all'Università di Notre Dame Prashant Kamat – uno dei massimi esperti in questo tipo di tecnologia – sono già commercializzate in Giappone, Korea e Taiwan. Se l'aggiunta di nanotubi di carbonio tramite virus può incrementare la loro efficienza, è probabile che l'industria adotti un simile processo". Come dire, con un po' più di entusiamo: la scoperta ha ottime possibilità di sfondare.

Roberto Zambon

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