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In provincia dell’Aquila verrà inaugurata una centrale a biomasse. La Regione Abruzzo ha infatti concesso alla società milanese MA&D Power Engineering Spa il permesso di costruire un impianto a biomasse per produrre energia elettrica e termica dagli scarti del legname, nella zona industriale di Bazzano. Una struttura con una potenza installata di 5,5 MW di energia elettrica e di 1 MW di energia termica, del costo complessivo di 30 milioni di euro. E fin qui tutto bene se non fosse che la struttura è lontana dai legnifici, quindi dalle materie prime, e vicina alle abitazioni.

Ad evidenziare il paradosso e le stranezze di questa decisione è intervenuta l’associazione 3e32 (che prende il nome dall’orario di quel terribile 6 aprile che svegliò L’Aquila con una scossa di terremoto) che ha sottolineato come questo tipo di centrali nascano solitamente con lo scopo di smaltire gli scarti della lavorazione del legno, vicino alle segherie o impianti simili, e comunque lontano dai centri abitati. Nella zona di Bazzano invece, non ci sono grandi quantità di biomasse da bruciare e allo stesso tempo ci sono molte case.

E allora, perché questa scelta? La risposta è nel dubbio che questa centrale nasca a biomasse e diventi poi un inceneritore. Vediamo perché…


Tra gli svantaggi di questa iniziativa va evidenziata la bassa resa energetica, pari al 23%, che comporta una grande dispersione di materie prime. In secondo luogo c’è l’inquinamento da fumi e particelle pericolose (Pm10) per la salute umana, date dalle emissioni nettamente superiori alle tradizionali centrali turbogas. Senza parlare poi delle varie sostanze tossiche contenute nei fumi, come monossido di carbonio, azoto, metalli e diossine. Il terzo inconveniente risiede nel costo; questo tipo di struttura è antieconomica e non potrebbe vivere a lungo senza i continui sussidi statali.

Ma non è tutto, perché per funzionare la centrale avrà bisogno di alberi da bruciare e sarà quindi necessario coltivare appositamente i pioppi per alimentarla (visto che non c’è legno nelle vicinanze) e si calcola che dovrebbero essere coltivati a pioppi ben 7000 ettari di terreno lungo l’Aterno. Una volta cresciuti, questi alberi dovrebbero essere tagliati, immagazzinati, seccati e quindi trasportati giornalmente in centrale, con un consumo enorme di acqua e di risorse: una filiera che brucerebbe gran parte dell’energia prodotta dalla centrale, prima ancora di arrivare alla centrale stessa.

La cosa insospettisce, soprattutto se ci si rende conto che nella zona non è stato ancora piantato un solo pioppo. Spunta allora persistente l’ipotesi che la struttura - propagandata come centrale in grado di produrre energia pulita - in realtà rischia di rovinare l’economia locale e comportare gravi danni alla salute dei cittadini, perché in assenza di biomassa è facile trasformare la centrale in un vero e proprio inceneritore.

Un’ipotesi che comporterebbe una grande vantaggio per il gestore, che invece di spendere cinque euro al quintale per comprare la biomassa avrebbe del combustibile gratis e sarebbe anche pagato dal comune, grazie ad una norma del 1992 che ha equiparato a biomassa i rifiuti solidi urbani e quindi incentivato ugualmente l’energia elettrica prodotta da questi.

Niente a che vedere quindi con la sostenibilità ambientale e il risparmio energetico. Resta ora da capire come si muoverà il comitato per impedire questo scempio e cosa farà la Regione Abruzzo. Intanto

Verdiana Amorosi

Maggiori info su: 3e32

 

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