Ognuno di noi può diventare un “rifugiato climatico”, ma la Cop26 proverà a invertire la rotta (INTERVISTA)

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In vista della Cop26, greenMe apre uno spazio di riflessione con una serie di esperti, scienziati e attivisti che sostengono la lotta contro la crisi climatica, per capire insieme cosa aspettarci dalla nuova Conferenza Onu di Glasgow e cosa fare perché abbia successo

“La scienza ci dice che davvero abbiamo i minuti contati, ma l’atteggiamento – soprattutto dei giovani – sta cambiando e sì, abbiamo e dobbiamo avere una speranza”, lo dice forte e chiaro Valeria Barbi, politologa e naturalista, Ambassador di EuCliPa Italy, la prima community degli Ambasciatori italiani del Patto per il clima.

Con lei abbiamo chiacchierato sullo stato di salute del nostro Pianeta, raccolto dati interessanti e siamo arrivati a un punto: i Governi e i negoziatori che prenderanno parte alla Cop26 non potranno più chiudere gli occhi, anche perché la crisi climatica ci sta travolgendo tutti, rendendo ognuno di noi un potenziale “rifugiato climatico”.

Valeria, partiamo dalla domanda che stiamo ponendo a tutti, esperti, attivisti, scienziati… Cosa ti aspetti dalla nuova Conferenza Onu per il clima? La Cop26 di Glasgow potrà essere considerata un successo se…?

Ti darò una risposta che sembra scontata, ma quello che ci aspettiamo è… tutto. La Cop26 arriva in un momento molto delicato, ma importantissimo, perché comunque il vertice è stato spostato di un anno causa pandemia. Questo per fortuna non ha impedito ai lavori di avanzare e anzi ha forse consentito di realizzare anche con la dovuta lucidità eventi fondamentali di cui l’Italia è stata coorganizzatrice e ospite, e mi riferisco alla Cop Giovani, alla Youth4Climate e alla Pre-Cop26 di Milano, che hanno dato una spinta propulsiva fortissima ai negoziati. I rappresentanti governativi hanno ammesso che la presenza dei giovani ha dato davvero tanto, così come le proposte concrete che hanno avanzato. Per me, la Cop26 avrà successo solo se si darà ascolto finalmente all’ultimo report della IPCC che ha sostanzialmente chiamato un codice rosso per l’umanità e che se sarà vista come l’occasione per andare avanti, stabilendo dei chiari meccanismi di finanziamento per il cambiamento climatico.

Tu sei esperta in relazioni uomo-natura ed è ormai lampante un dato: secondo il report Global Trends dell’UNHCR, nel 2020, 82,4 milioni di persone sono state costrette a migrare, numero quasi raddoppiato rispetto a quello riportato per il 2010 (poco meno di 40 milioni)…

Esatto e ti rincaro la dose. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei Paesi di Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina potrebbero essere costrette a muoversi forzatamente per ragioni climatiche. E non solo: si prevede che i cambiamenti del clima potrebbero causare ancora circa 100 milioni di poveri in più, per via dell’aumento della siccità e di una maggiore frequenza e intensità di fenomeni estremi, che comportano una crisi del settore agricolo, con particolare impatto sui piccoli agricoltori, impennate del prezzo del cibo, e naturalmente nuove migrazioni dovute al clima. Nel 2030, il 56% della popolazione mondiale sarà in difficoltà per l’aumento del prezzo del cibo.
E consideriamo anche la crisi idrica: solo il 2,5% dell’acqua sulla terra è acqua dolce e la maggior parte si trova nelle calotte polari. Con l’aumento della siccità, diminuirà anche l’acqua cui l’uomo avrà accesso: il rischio è un aumento dei conflitti legati all’acqua.

Cosa vuol dire tutto ciò? Che i prossimi “sfollati” climatici potremmo essere noi della parte benestante del mondo, comunque non immune ai cambiamenti del clima e l’attuale crisi dei prezzi del grano ne è un esempio. Non è un caso che proprio la Banca Mondiale abbia indicate tra le azioni raccomandate l’azzeramento delle emissioni nette entro la metà del secolo, in linea con l’accordo di Parigi. Questo dimostra che siamo ancora in tempo per invertire la rotta.

migrazioni clima

@IDMC

Ma gli Stati? Politicamente parlando, è chiaro che sulla necessità di negoziazione ci siano ancora delle lacune enormi.

Ci sono gli impegni che vengono presi dagli Stati in sede negoziale. Proprio in base agli Accordi di Parigi gli Stati sono obbligati a presentare dei piani di riduzione delle emissioni che vengono rivisti su base quinquennale.
Poi ad ogni Stato ovviamente è richiesto e sta anche alla sua responsabilità dare vita a politiche di mitigazione e anzi una cosa molto importante è che queste politiche poi non sono solo su base statale ma spesso funzionano molto bene quelle su base locale. Penso ad esempio ai vari piani degli Enti locali, chi meglio conosce il contesto sul quale agire, le criticità e i punti di forza? Un esempio nel nostro Paese è la città di Bologna, che è stata la prima ad essersi dedicata a strategie volte a contrastare gli effetti del cambiamento climatico tramite, tra l’altro, anche il cosiddetto Piano Locale di Adattamento al Cambiamento Climatico.

Altra grande crisi è quella della biodiversità: degli 8.7 milioni di specie animali e vegetali stimate, circa 1 milione è a rischio di estinzione. Quali criticità sono emerse dall’ultimo Congresso IUCN?

Beh una cosa che va sottolineata innanzitutto è che di base noi non sappiamo effettivamente quante specie ci siano sul nostro Pianeta. E questo significa che non conoscendole noi non sappiamo di fatto quante specie si stiano effettivamente estinguendo o siano sull’orlo dell’estinzione. Mi preme dirlo, però, che c’è sempre una buona notizia e che è quella che la conservazione fortunatamente funziona: se noi attuiamo delle politiche e dei progetti di conservazione possiamo davvero fare qualcosa. Non è tutto perduto, non parliamo sempre di tragedia altrimenti ci spinge all’inazione.

Tornando ai dati, ci stiamo dirigendo verso un futuro in cui la biomassa di insetti si ridurrà del 2.5% l’anno e quando parlo di insetti mi riferisco soprattutto gli impollinatori. Tra il 1970 e il 2014, poi, la popolazione di vertebrati si è ridotta del 60% e, nel 2020, la massa dei manufatti umani ha superato l’intera quantità di biomassa sulla Terra. Questo significa che i materiali prodotti dall’uomo stanno superando l’insieme degli esseri viventi sulla terra, uomini e piante compresi.

Quello che IUCN ha sottolineato anche all’ultimo Congresso sempre è che le cause di questa perdita di integrità biologica sono da ricercare nella distruzione, degradazione e frammentazione degli habitat, causate da un modello di sviluppo agricolo insostenibile, dall’urbanizzazione in continua espansione, dallo sovrasfruttamento delle specie – penso all’overfishing – e dalla diffusione di specie aliene invasive. E una cosa importante è che è uscita la bozza di accordo che chiederà agli Stati di proteggere almeno il 30% delle terre emerse e il 30% degli oceani entro il 2030 e che verrà discussa alla Cop15 sulla biodiversità che si terrà in Cina nella primavera prossima.

In passato hai assistito ai lavoro della Cop15 di Copenaghen e della Cop18 di Doha. Com’è cambiato l’atteggiamento dei Governi nel corso di tutti questi vertici? C’è un maggiore sentimento di urgenza o no?

La scienza continua a dire che non c’è più tempo e quel che è certo è che quanto meno è cambiato l’atteggiamento delle persone, soprattutto dei giovani, a favore di una maggiore consapevolezza del problema. Ora 196 Paesi sono chiamati alla Cop26 per un accordo tra le parti storico. Non c’è più la possibilità di chiudere ancora una volta gli occhi.

ndr: EuCliPa Italy nasce per mettere in rete le competenze e le trasversali professionalità degli ambasciatori del patto UE per il clima, iniziativa della Commissione UE volta a mobilitare i cittadini per contrastare la crisi ecologica e climatica, condividere esperienze e informazioni.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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