Perché i popoli indigeni stanno protestando alla Cop26 di Glasgow, ultima speranza per le terre ancestrali

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Le terre dei popoli indigeni proteggono l’80% della biodiversità mondiale eppure loro sono quasi totalmente esclusi dai negoziati in corso a Glasgow. Secondo le organizzazioni esistono tre punti fondamentali sulla centralità della questione indigena, mentre montano le loro proteste alla Cop26

Dalla lotta agli incendi in Amazzonia alla marcia contro le miniere di carbone, le tribù indigene mettono ogni giorno in gioco le loro vite per fermare la distruzione ambientale. Ma della loro importanza poco si discute (o niente) ai negoziati della Cop26.

Sono oltre 476 milioni le popolazioni indigene che vivono in 90 Paesi in tutto il mondo, pari al 6,2% della popolazione mondiale. Loro conservano una vasta diversità di culture, tradizioni, lingue e sistemi di conoscenza unici e hanno un rapporto speciale con il territorio che abitano. 

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Eppure, queste tribù stanno gradualmente perdendo le loro stesse terre ancestrali a causa dell’innalzamento del livello del mare, delle tempeste catastrofiche o per progetti che facilitino l’accesso ai siti di trivellazione di combustibili fossili.

Secondo Survival International, ci sono tre temi chiave sulla centralità e problematicità della questione indigena:

Attività minerarie in India: gli Adivasi sotto attacco

Tra i temi più dibattuti della CopP26 vi è la necessità per tutti i Paesi di tagliare le proprie emissioni di CO2, e questo rende ancora più sbalorditivo quanto sta accadendo in India. 

Nell’ambito del piano del Primo Ministro Narendra Modi per rendere l’India un paese auto-sufficiente dal punto di vista energetico, infatti, le compagnie minerarie statali e private stanno perseguendo un’espansione senza precedenti dell’estrazione del carbone nelle foreste indigene dell’India centrale. 

Nello specifico:

–    sono state pianificate 55 nuove miniere
–    193 miniere esistenti saranno ampliate 
–    la produzione è destinata ad aumentare a un miliardo di tonnellate l’anno in tutto il Paese

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Nella foresta di Hasdeo, nello Stato di Chhattisgarh, una delle più grandi aree di foresta rimaste intatte nel Paese, 10mila Gond, Oraon e altri Adivasi (indigeni) stanno mettendo in atto una disperata resistenza per salvare le loro terre, i loro mezzi di sussistenza e la foresta sacra. Nella terra Adivasi è già stata costruita una grande miniera a cielo aperto e presto potrebbe iniziare la costruzione di un’altra.

Di recente, centinaia di Adivasi hanno marciato per 300 km verso la capitale dello stato per protestare. 

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Soluzioni Basate sulla Natura (NBS) e 30×30

L’idea che le Soluzioni Basate sulla Natura (NBS) possano dare un grande contributo alla lotta ai cambiamenti climatici viene promossa con forza da Governi, aziende e grandi ONG della conservazione. Ma il movimento di dissenso contro queste Soluzioni è in continua crescita.  
Molte, infatti, sono progetti di compensazione del carbonio (carbon offset), cui è stato semplicemente cambiato il nome. Molti popoli indigeni si oppongono fermamente a questi piani, che permettono di vendere e acquistare le loro terre consentendo così alle aziende più inquinanti al mondo di continuare a inquinare.   

Tra le Soluzioni Basate sulla Natura vi sono iniziative come piantare alberi, ripristinare ecosistemi, preservare torbiere e fertilizzare artificialmente gli oceani allo scopo di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera. Ma forse il più conosciuto è probabilmente l’obiettivo del 30% (o 30X30): il piano promosso da governi, ONG e dalla “High Ambition Coalition for Nature and People”– cui ha aderito anche l’Italia – per trasformare il 30% della Terra in Aree Protette entro il 2030, raddoppiando la superficie attuale.

Ma creare Aree Protette nelle terre abitate dai popoli indigeni e dalle comunità locali ne causa spesso lo sfratto e la persecuzione, come è accaduto – ad esempio – nella grande maggioranza delle Aree Protette in Africa e in Asia. Premere per più Aree Protette causerà ulteriori furti di terra, omicidi, torture e abusi. E non salverà il pianeta. 

Survival International lavora in India con le comunità indigene sfrattate per far spazio alle Riserve delle Tigri e nel Bacino del Congo, dove i Baka, i Bayaka e altri popoli indigeni sono stati derubati delle loro terre per creare una vasta rete di Aree Protette.

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La distruzione dell’Amazzonia equivale al genocidio dei popoli indigeni

Le foreste di proprietà e controllate dai popoli indigeni e dalle comunità locali stoccano circa 37,7 milioni di tonnellate di carbonio, 29 volte più delle emissioni annuali prodotte dalle auto. 

La rapida distruzione dell’Amazzonia negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti. Il Presidente Bolsonaro sta stracciando le regolamentazioni ambientali e promuove il suo piano per aprire i territori indigeni ad attività estrattive, taglio del legno e allevamenti. Solo tra marzo e maggio 2020, il Governo brasiliano ha approvato 195 atti esecutivi, comprese ordinanze, decreti e altre misure, volte ad aggirare e smantellare le leggi ambientali. 

Due esempi lampanti:

  • il territorio dei Piripkura gode di un’ordinanza di protezione territoriale, che rientra tra quelle usate per proteggere i territori delle tribù incontattate per le quali non è in corso il lungo processo di demarcazione ufficiale. Proteggono sette territori di tribù incontattate e un milione di ettari di foresta pluviale, ma gli allevatori e i politici anti-indigeni hanno un piano segreto per smantellarle e rubare così le loro terre per l’allevamento, il taglio del legno, attività estrattive e molto altro

    – gli Yanomami, che vivono al confine tra Brasile e Venezuela, gestiscono la più vasta area di foresta tropicale sotto controllo indigeno al mondo. Sono anche tra i più colpiti dalla retorica di Bolsonaro in favore delle attività minerarie: nel loro territorio in Brasile, circa 20.000 cercatori d’oro illegali distruggono la foresta, inquinano i loro fiumi e diffondono malattie. Le bande criminali sono sempre più attive: controllano il traffico d’oro e terrorizzano gli Yanomami nell’impunità.

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Le proteste degli indigeni a Glasgow

Abiti da cerimonia e tipici strumenti musicali: i leader indigeni di tutto il mondo hanno marciato ieri, mercoledì 3 novembre, a Glasgow per sensibilizzare sul ruolo dei popoli indigeni nella lotta contro il cambiamento climatico e la minaccia contro le loro terre ancestrali.

Hanno marciato da Mclennan Arch allo Scottish Event Campus, dove si svolge il summit, con tanto di cartelli:

Il colonialismo ha causato il cambiamento climatico. I popoli indigeni sono la soluzione.

Mentre i leader mondiali all’interno del centro conferenze della Cop26 si vantavano dell’impegno a ridurre le emissioni di gas serra e a porre fine alla deforestazione, i delegati indigeni hanno anche commemorato gli attivisti uccisi per aver cercato di proteggere il pianeta dall’avidità delle multinazionali e dall’inazione dei Governi.

Secondo l’organizzazione no-profit internazionale Global Witness, almeno 1.005 difensori dell’ambiente e dei diritti alla terra sono stati assassinati da quando sono stati firmati gli accordi di Parigi sei anni fa. Uno su tre degli uccisi erano indigeni.

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Fonti: Survival International / Global Witness

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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