Cop26: tra lacrime e timidissimi passi in avanti, non potremo parlare ai nostri nipoti di un successo climatico

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Spenti i riflettori su Glasgow, la domanda è una sola: cosa è cambiato? Piccolo, modesto e annacquato si dice sia l’accordo, ma non è effettivamente una débâcle. Rimane la sensazione che quella del “Patto di Glasgow per il clima” sia stata piuttosto la dimostrazione della montagna che partorisce il topolino.

L’ultima sessione plenaria è stata quasi surreale, con il Presidente della Cop, Alok Sharma, praticamente in lacrime per il compromesso al ribasso raggiunto agli ultimi minuti, con il delegato di Tuvalu (il cui ministro con le gambe nell’acqua ci aveva già ricordato che di questo passo “annegheremo” tutti) che parlava tenendo in mano le foto dei suoi nipoti, o con Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, che implorava i delegati:

“Pensate per un minuto a una persona che amate e a come vivrà nel 2030, se non rimaniamo a 1,5 qui e oggi. Vi imploro, accettate questo testo per i nostri figli e nipoti, non deludiamo. Non ci perdoneranno”.

Prima che la Cop26 cominciasse, si parlava di decarbonizzazione, dei famosi 100 miliardi, del consenso unanime sull’1,5° C come limite massimo di aumento della temperatura globale e di chiudere il “Libro delle Regole” di Parigi siglato alla Cop21.

Dalle bozze intermedie si è capito che tutto si stava sgretolando: i finanziamenti? Manco a parlarne, mentre i Paesi asiatici hanno fatto muro sul carbone. Nessuno ha poi appoggiato davvero la vera uscita da tutti i combustibili fossili (forse ci è andata vicino solo la – piccolissima – alleanza BOGA).

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La negoziazione perfetta è quella che scontenta tutti, tuona il segretario di Stato americano, John Kerry.

Ma cerchiamo di capire ora, punto per punto, cosa resta di Cop26:

Un impegno sempre più ridimensionato: dal phase out si è passati a un debolissimo phasing down – riduzione e non eliminazione. Misura, che, beffa, riguarda solo il carbone “unabated”, senza sistemi di cattura e stoccaggio della CO2.

Quanti ai sussidi alle fonti fossili, si parla di blocco solo a quelli “inefficienti”, con buona pace Russia e Arabia Saudita e come tra l’altro ci aveva già spiegato Gianni Silvestini di Kyoto Club.

Obiettivo a 1,5 gradi

Viene ribadito l’impegno a fare i massimi sforzi per stare “ben sotto i 2 gradi” di aumento delle temperature. Almeno quello.

Compare, infatti, per la prima volta un obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 del 45% (rispetto al 2010), per contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C a fine secolo.

I 100 miliardi

I Paesi ricchi non hanno mai raggiunto nel 2020 i 100 miliardi di dollari all’anno a sostegno della transizione energetica che erano stati stabiliti nel 2009 a di Copenhagen. Ora l’impegno preso sarebbe quello di aumentare e raddoppiare gli stanziamenti  in futuro tra il 2025 e il 2030. Intanto, però, il traguardo dei 100 miliardi è posticipato al 2023. Cosa succederà per i finanziamenti mai arrivati?

Un capitolo a parte è dedicato alla finanza per l’adattamento, ossia quella serie di azioni messe in campo per adeguarsi agli scenari futuri provocati dalla crisi del clima.

Dopo sei anni di trattativa, uno dei risultati di Cop26 è stato aver trovato un accordo su come regolamentare il mercato dei crediti, ossia un sistema di scambio delle emissioni tra i Paesi, attraverso cui chi inquina meno compensa chi sfora i limiti o ha bisogno di aiuto per non superarli. 

Il carbonio

Trovato un accordo su come regolamentare il mercato dei crediti, un sistema di scambio delle emissioni tra i Paesi, attraverso cui chi inquina meno compensa chi sfora i limiti o ha bisogno di aiuto per non superarli. Ma non c’è una trattenuta su queste transazioni destinata a sostenere i Paesi in via di sviluppo. E i crediti maturati nei protocolli di Kyoto fino all’anno scorso (dal 2021 entrano in vigore gli accordi di Parigi) grazie alla riduzione della deforestazione, che sarebbero stati di aiuto per i Paesi più piccoli sono stati eliminati.

Il metano

Già nella prima settimana, ci sono stati molti accordi multilaterali, tra cui quello per limitare le emissioni di metano del 30% rispetto a quelle del 2020 entro la fine del decennio. Una iniziativa guidata da Europa e Stati Uniti e sottoscritta da 105 Paesi, tranne Cina, Russia, Australia. 

Loss and damage, perdite e danni

L’intesa riconosce solo il diritto a perdite e danni, ma non si parla di soldi. Ovviamente, ne traggono svantaggi Africa, Stati insulari e America Latina.

Gli NDC, i Nationally determined contributions

Secondo il patto, ogni Paese dovrà fornire alle Nazioni unite i suoi piani sul clima per cicli quinquennali, ma lo stesso patto si limita a “incoraggiare” a presentare nel 2025 il pacchetto di impegni per ridurre le emissioni e centrare gli obiettivi degli accordi di Parigi, detti contributi determinati a livello nazionale (Nationally determined contributions, Ndc) del 2035, nel 2030 quelli del 2040. 

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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