Detroit

Detroit, la città simbolo della potenza industriale americana, da qualche anno non è più la stessa. Ricordate la storia delle tre fabbriche di automobili (General Motor, Chrysler e Ford) che hanno fatto la storia del sogno americano? E i locali in cui si esibivano gli artisti della Motown, la casa discografica di black music più famosa della storia? E i kilometri di villette a schiera raccolte in periferia? Leggenda ormai.

Requiem for Detroit, il funerale di Detroit. È questo il titolo con cui un documentario di Julien Temple, recentemente presentato al Torino Film Festival, rende omaggio alla ormai defunta capitale mondiale dell’auto. Un Katrina in slow motion, lo si definisce nel film. Dall’anno in cui Henry Ford produsse la prima Modello T fino al giorno dell’ultima grande sfornata di SUV, Detroit ha attraversato una vera e propria parabola abitativa e urbana. Nel corso degli ultimi dieci anni, la città ha più che dimezzato la sua popolazione. Oggi conta appena seicentomila abitanti. I dati riferiscono che dal 1970 al 2000, 161.000 case siano state abbattute e altrettante sono oggi solo l’ombra di se stesse.

Le immagini che arrivano dalla periferia della città delineano rappresentazioni più vicine a uno scenario di guerra che alla Venezia del MidWest, così come era chiamata durante il suo periodo d’oro. Case sventrate, palazzi abbandonati, vetri rotti, giardini infestati dalle erbacce, insegne dei centri commerciali fracassate e strade vuote. Eppure, le vie di Detroit sono state testimoni di alcuni dei momenti più alti della storia americana. Dalle lotte operaie a quelle per i diritti dei neri, dai centri commerciali alla nascita dei suburbs, i villaggi composti dalle arcinote villette, costruiti per avvicinare i lavoratori alle fabbriche e permettere alle persone di abbandonare il centro cittadino.

A Detroit, la rivoluzione industriale ha messo in scena le luci e le ombre della sua stessa potenza trasformatrice: da un lato la crescita forsennata e opulenta e dall’altra la devastazione, la povertà e la violenza. La lenta agonia che ha caratterizzato la vita aziendale dei tre colossi dell’automobile ha provocato prima un veloce aumento della disoccupazione e, di seguito, un’ altrettanto veloce fuga dalla città.

Chi è rimasto è generalmente Afro-americano, povero, senza un lavoro e costretto a fare lo sciacallo nelle case pur di ricavare qualche soldo dalla vendita di pezzi di rame o tegole. Oggi Detroit ha sostituito le cifre a otto zeri dei profitti aziendali in nuovi e agghiaccianti numeri: 28.9% è il tasso di disoccupazione, 6.47% è quello di analfabetismo, 33.8% è la percentuale di persone che abita sotto la soglia di povertà, 29 le scuole chiuse nel corso del 2009 e 70 gli incendi appiccati ogni notte.

Detroit

Eppure, Detroit sembra non avere nessuna intenzione di scomparire. Ciò che sta accadendo lì è oggi il primo esperimento di vita post-industriale che sia stato mai messo in atto. Innanzitutto, sembra che sia la natura stessa a volersi impossessare di ciò che le era stato tolto e dove, un tempo, il mattone la faceva da padrone, oggi crescono alti cespugli d’erba. In realtà, sono gli stessi cittadini di Detroit che hanno deciso di reagire all’assedio economico attraverso la ricostruzione di modelli di produzione agricola locale.

All’origine di questa green route con cui i “detroiters” hanno voluto dimostrare la loro capacità di sopravvivere ai fasti industriali sta una necessità oggettiva. Quella dell’accesso al cibo. A seguito del processo di spopolamento della città, numerose catene di alimentari e centri commerciali hanno deciso di chiudere i loro negozi. La popolazione rimasta si è vista negare la possibilità di acquistare cibo entro un raggio di chilometri adeguato. Questo ha fatto scattare la lampadina a molte delle famiglie che abitano ancora la periferia. È così che hanno iniziato ad accaparrarsi terreni e ad allestire orti urbani. Piccoli appezzamenti con i quali provvedere al sostentamento della famiglia. Si calcola che attorno alla città siano disponibili al momento circa 5.000 acri di terreno. Basterebbe coltivarne 570 in modo bio-intensivo e costruendo qualche serra per produrre il 70% della verdura e il 30% della frutta che viene oggi consumata a Detroit. I dati confermano come la popolazione di Detroit spenda già meno della media di una qualsiasi altra città americana, in derrate alimentari.

A capo di questo movimento si trovano numerose associazioni. Greening of Detroit è una delle più antiche – la fondazione risale al 1989 – e negli ultimi anni ha iniziato a collaborare seriemente con la rappresentanza governativa della città. L’attività di farming, infatti, è in gran parte ancora illegale a Detroit.

Detroit

A questo proposito, però, il sindaco Dave Bing, eletto nel 2009, ha deciso di non rimanere cieco al naturale processo in corso, dando ufficialmente avvio alla campagna di “rinverdimento” della sua città. Alla fine di marzo ha annunciato la demolizione di circa 10.000 edifici pericolanti e parallelamente ha dato il via a un lavoro di pianificazione strategica per decidere quale dovrà essere la nuova forma da dare a Detroit. Qualcuno parla di una città fatta di piccoli villaggi autosufficienti e collegati tra di loro, altri sostengono l’idea che l’industria di Detroit tornerà a rifiorire, ma secondo modalità completamente diverse rispetto al passato: largo al piccolo business invece che all’industria di massa.

Intanto la città sta diventando meta di un nuovo turismo. Nulla a che fare con i colletti bianchi in visita per fare affari. Qui si parla di cittadini provenienti da altre zone dell’America che, attratti dal nuovo sogno americano in formato green proposto da Detroit, si trasferiscono per esserci quando questa città potrà dire al mondo di essere rinata. Così come ottant’anni fa la Ford richiamava qui americani provenienti dal resto degli Stati Uniti, pronti a offrire manodopera a basso costo per dare vita al mito dell’America ricca e progressiva, allo stesso modo questi giovani uomini si ritrovano sotto la bandiera dell’Urban Agricultural Movement per provare ad immaginare un altro mondo. Che parte da qua. Detroit.

Pamela Pelatelli

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