Furto di natura: i terrificanti numeri del bracconaggio in Italia

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Ogni anno, nel nostro Paese si consuma un dramma silenzioso: migliaia di esemplari di animali vengono catturati o uccisi dai bracconieri, andando ad alimentare un mercato tanto fiorente quanto illegale, basato sullo sfruttamento miope e indiscriminato di risorse che dovrebbero essere patrimonio comune di tutti, e producendo un danno ambientale ed economico enorme.

Tra i principali obiettivi dei bracconieri ci sono gli uccelli, molti dei quali vengono colpiti mentre attraversano il territorio italiano seguendo le rotte migratorie tra Europa e Asia: si calcola che, ogni anno, circa otto milioni di esemplari – tra cui aquile, cicogne, falchi, ma anche specie rarissime, come l’ibis eremita – restino vittime di trappole e fucili. Seguono i mammiferi, con lupi, orsi, cervi e persino delfini.

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I numeri del bracconaggio in Italia, con ben 27 aree di illegalità diffuse su tutto il territorio nazionale, da nord a sud, sono contenuti nel report Furto di Natura. Storie di bracconaggio Made in Italy, realizzato dal WWF e presentato oggi, in vista dell’ultima Giornata Oasi del WWF del 2016, che avrà luogo domenica 2 ottobre. Per festeggiare i cinquant’anni della sua presenza nel nostro Paese, infatti, l’organizzazione aprirà gratuitamente alcune delle sue aree protette – luoghi speciali, difesi da speculazione, degrado e, appunto, bracconaggio.

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Il report diffuso dal WWF mostra l’urgenza di agire contro la strage di fauna selvatica che ogni anno si consuma nel nostro Paese. I reati di bracconaggio sono molto difficili da quantificare, dato che non esiste una vera e propria ‘banca dati’: tuttavia, dalle cifre fornite da forze di polizia e associazioni, risulta che, tra il 2014 e il 2015, gli episodi di bracconaggio sul territorio italiano siano aumentati del 40,7% (su 706 casi analizzati), con il 67% a danno di uccelli e il 23% di mammiferi. Cresce anche l’utilizzo di trappole e veleni (+ 18%), accanto a fucili, tagliole, reti, archetti e quant’altro.

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Sull’incremento delle uccisioni illegali di fauna selvatica pesa la combinazione tra carenza di vigilanza sul territorio e debolezza delle sanzioni comminate ai trasgressori, ancora troppo esigue. Sulla carta, infatti, le multe esistono: secondo la legge sulla caccia (157/1992) – paradossalmente l’unica a tutelare la fauna selvatica in Italia – il caso più grave di bracconaggio (l’uccisione di un esemplare di orso bruno o di stambecco o di camoscio appenninico o di muflone sardo) prevede l’arresto da 3 mesi a 1 anno e un’ammenda da 1.032 a 6.197 euro; per le altre specie, invece, l’arresto va da 2 a 8 mesi e la multa fino a 2.065 euro.

Nonostante questo, però, come rileva il WWF, chi uccide un esemplare di fauna selvatica rischia spesso una semplice contravvenzione e raramente finisce in carcere. Eppure, simili azioni recano un danno gravissimo non solo all’ambiente, ma anche all’economia del Paese. Basti pensare che, nei mercati di Ballarò a Palermo e di Sant’Erasmo a Napoli, il fatturato del commercio illegale di animali si aggira intorno ai 250.000 euro l’anno. I bracconieri, insomma, rapinano e saccheggiano un bene comune, un patrimonio cruciale anche per il nostro benessere: uccelli, istrici, lupi e tassi forniscono servizi preziosi, regolano gli equilibri ecologici, liberano le campagne da insetti e parassiti e alimentano un turismo naturalistico importante per l’economia locale.

A questo proposito, non si deve dimenticare l’indotto generato, in altre realtà geografiche, dalla presenza di animali carismatici: negli Stati Uniti, ad esempio, il giro di affari relativo a viaggi e ad attrezzature per il bird-watching è di 41 miliardi di dollari; in British Columbia (Canada), la spesa pro-capite per osservare gli orsi è di 1.120 dollari. Se si stima che in Italia i soli appassionati di bird-watching sono decine di migliaia, si può dedurre l’enorme danno che può produrre l’abbattimento di animali come cicogne o fenicotteri, o di migliaia di rapaci.

Per questo, dopo la recente riforma del Codice Penale che ha introdotto il Delitto contro l’ambiente, il WWF chiede l’inasprimento delle sanzioni penali a tutela della fauna selvatica: l’organizzazione ha anche elaborato una proposta di legge a riguardo, proponendo il “Delitto di uccisione di specie protetta”, con pene sia detentive che pecuniarie più severe e adeguate alla gravità.

Lisa Vagnozzi

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