A Wuhan riaprono i mercati umidi, ma (apparentemente) senza animali selvatici

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A Wuhan, città cinese da cui è partita la pandemia da coronavirus, riaprono i wet market ovvero i mercati umidi dopo un blocco durato oltre 70 giorni. Si torna alla normalità ma con qualche differenza: all’ingresso dei discussi market aleggiano i cartelli: “Nessuna macellazione e vendita di animali vivi”.

Le immagini di uomini, donne e bambini scalzi e seduti a terra mentre macellavano cani, gatti, pipistrelli, galline, coccodrilli, pangolini e altri animali selvatici, hanno fatto il giro del mondo. Dopo l’investigazione di Animal Equality, anche le Nazioni unite sono intervenute per chiedere lo stop dei cosiddetti mercati dell’umido, che prendono il loro nome dal sangue e dall’acqua che bagnano i pavimenti delle bancarelle con i resti di animali brutalmente uccisi sul posto per i clienti che considerano quella carne “fresca”.

Adesso la fine del lockdown mostra una città cambiata. Iniziano a riaprire le attività commerciali e quindi anche i mercati. Secondo un’inchiesta di Bloomberg, il mercato ittico di Wuhan, dove ha avuto origine il nuovo coronavirus, rimarrà comunque chiuso e si pensa allo smantellamento, ma altri analoghi stanno tornando in attività, anche se apparentemente senza animali selvatici. Ci sarebbero, infatti, all’ingresso cartelli con scritto: “Nessuna macellazione e vendita di animali vivi”.

Ma il tutto fa pensare che sia una misura provvisoria e che piano piano si torni alla triste consuetudine. Le autorità asiatiche non hanno mai negato che questi mercati sono parte essenziale della loro vita. Baishazhou e altri mercati umidi sono al centro del dibattito da anni, eppure la situazione è sempre la stessa: non solo animali selvatici macellati in condizioni igienico-sanitarie precarie, ma rischi anche per la salute umana.

wet market

©Animal equality

“Vietare i mercati umidi non sarà solo impossibile, ma sarà anche distruttivo per la sicurezza alimentare in Cina, in quanto essi svolgono un ruolo fondamentale nel garantire l’accesso dei a cibo economico e salutare”, ha affermato Zhenzhong Si, un ricercatore associato presso l’Università di Waterloo che studia sicurezza alimentare in Cina a Bloomberg.

Il coronavirus, che ora ha infettato oltre 1,4 milioni di persone in tutto il mondo, è stato scoperto per la prima volta a dicembre dopo alcuni casi collegati al mercato all’ingrosso di frutti di mare della città di Wuhan, ma su questo ancora non vi è l’assoluta certezza. Quello che sicuramente è un dato di fatto è che l’ammasso in gabbie anguste di animali esotici allevati a scopo alimentare crea il terreno perfetto per la proliferazione di malattie zoonotiche.

wet market

©Animal equality

Questa non sarebbe certo la prima volta che un virus mortale viene collegato al commercio e al consumo di animali vivi: l’influenza H1N1 (Influenza suina) e la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) sono altri due esempi di virus che probabilmente hanno avuto origine negli animali per poi passare all’uomo, causando pericolose epidemie”, aveva spiegato Animal equality lanciando una campagna per la chiusura dei wet market.

©Animal equality

©Animal equality

©Animal equality

Un appello che come dicevamo è stato rilanciato anche dalle Nazioni unite. A gennaio la Commissione nazionale per la salute in Cina aveva emesso un temporaneo ordine di emergenza spiegando che i mercati dovrebbero essere gestiti rispettando condizioni igieniche ed evitando l’ingresso di animali selvatici e pollame vivo all’interno. Ma secondo Si: “è fuorviante concentrarsi sui mercati dell’umido. Si nasconde il vero problema che è l’approvvigionamento di animali selvatici. Non dovremmo demonizzare i wet market a causa del coronavirus”.

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Fonte: Bloomberg

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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