Corsa dei tori di Pamplona: tradizioni dure a morire

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Ci sono rituali che – sebbene siano violenti, pericolosi e ormai obsoleti – in nome della tradizione resistono in modo radicale allo scorrere del tempo e alle polemiche sollevate da cittadini e associazioni ambientaliste. È il caso della corsa spagnola dei tori di San Firmino, che si tiene ogni anno a Pamplona, dove ogni volta si ripetono le stesse tristi vicende: morti e feriti e tori istigati alla violenza.

Nel corso del macabro rituale (che dura 8 giorni), con i tori che vengono liberati e spinti a correre velocemente per le strade della città all’inseguimento dei partecipanti, il gioco (si fa per dire) ha provocato ben 40 feriti, di nazionalità spagnola e non, di età compresa tra i 19 e i 41 anni; segnale che le tradizioni tendono a radicarsi anche nelle giovani generazioni.

Subito dopo l’apertura della manifestazione infatti, cui hanno partecipato ben 3000 persone, il numero dei feriti era già a quota due: i partecipanti erano stati colpiti da un toro e sono stati trasportati immediatamente in ospedale, dove è stato riscontrato un trauma non grave, dovuto probabilmente alla caduta.

Un altro caso, questa volta molto più grave, ha riguardato un turista australiano che, per sfidare un toro, si era legato un fazzoletto rosso alla vita, incoraggiando l’animale a incornarlo. Il toro gli ha reciso l’arteria femorale ed è ora in gravi condizioni.

Questo tradizionale rito, che registra ogni anno morti e feriti, è da sempre accompagnato dalle contestazioni degli ambientalisti che si battono per l’abolizione della manifestazione, giudicata giustamente come barbarica e inaccettabile, soprattutto perché i tori che sopravvivono alla folle corsa trovano comunque la morte nella corrida finale che chiude l’evento.

Non sarà ora di rivoluzionare questa festa?

Verdiana Amorosi

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