Lo squalo bianco rischia l’estinzione (ed è colpa nostra)

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Lo squalo bianco è ufficialmente a rischio estinzione, a causa nostra. Lo dimostra uno studio internazionale guidato dall’Università La Sapienza di Roma, che ha stimato per la prima volta l’andamento della presenza del re degli squali all’interno del bacino nell’arco degli ultimi 160 anni. Con risultati preoccupanti e molto tristi.

Lo squalo bianco popola da secoli il Mediterraneo (come dimostrato da numerosi racconti e famosi film), con testimonianze storiche dei suoi avvistamenti che risalgono addirittura al Medioevo. Purtroppo, però, la sua popolazione si è ridotta e, ancora una volta, le cause sono prevalentemente nelle attività umane.

Non è in realtà una novità che questa specie sia a rischio: l’International Union for the Conservation of Nature (IUCN) aveva già denunciato la situazione e inserito la specie tra quelle in pericolo critico nel Mediterraneo.

Ma finora non era stata effettuata alcuna stima precisa, sia dell’andamento numerico degli esemplari rispetto a un periodo di riferimento, sia della loro distribuzione nelle diverse aree all’interno del bacino.

squalo bianco estinzione

Foto: Università La Sapienza di Roma

Il gruppo di ricerca è riuscito a tracciare un quadro utilizzando più di 700 segnalazioni di squalo bianco provenienti da database istituzionali e dalla letteratura, sia scientifica che divulgativa, con i recenti avvistamenti. Dimostrando un progressivo incremento seguito da un rapido declino avvenuto a partire dalla seconda metà del Novecento.

“Il decremento – spiega Giovanna Jona Lasinio, coautrice del lavoro – non si è verificato in maniera uniforme all’interno del bacino: ad esempio, nel Mediterraneo centrale si è registrata una riduzione del 52%, mentre nel Mar di Marmara ha raggiunto il 96%. Il decremento, inoltre, è accompagnato spesso da una riduzione degli spazi occupati, un segnale associato a popolazioni a rischio”.

La ricerca costituisce una pietra miliare per l’ecologia, sostengono gli esperti, perché permette di formulare nuove ipotesi sulle dinamiche della popolazione degli squali bianchi del Mar Mediterraneo tra cui i rapporti preda-predatore che coinvolgono altre specie, in particolare il tonno rosso.

E, purtroppo, le attività umane sono la causa principale di questa situazione, che rischia di avere ripercussioni molto pesanti su tutto l’ecosistema: lo squalo infatti è al vertice della catena alimentare marina e non ha quindi predatori naturali (a parte l’uomo). Ciò significa che il suo ridimensionamento rischia di avere impatti disastrosi.

“È stato dimostrato – spiega a questo proposito Stefano Moro, che ha collaborato alla ricerca – come la rimozione dei predatori apicali all’interno degli ecosistemi marini porti a disastrosi effetti top-down che si ripercuotono su tutta la catena trofica. Il Mediterraneo, da questo punto di vista, rappresenta un primato negativo su scala globale, con più del 50% di specie di squali classificate come “minacciate” dalla IUCN a livello regionale”.

Un primato di cui, onestamente, faremmo volentieri a meno.

Il lavoro è stato pubblicato su su Fish and Fisheries.

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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