Sorpresa! I vombati sono biofluorescenti: la loro pelliccia si illumina al buio

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Dopo la scoperta accidentale da parte degli scienziati americani che gli ornitorinchi brillano sotto la luce UV, altri test condotti dai colleghi australiani hanno rivelato che anche altri mammiferi e marsupiali brillano: sono biofluorescenti.

È noto da tempo che la biofluorescenza sia tipica di alcuni insetti e creature marine, ma non era noto che si verificasse anche nei mammiferi australiani fino all’inizio di questo mese, quando gli scienziati del Western Australian Museum si accorsero per caso che anche i vombati brillavano. Gli scienziati australiani del Museo dell’Australia Occidentale hanno scoperto che insieme agli ornitornichi, anche i vombati e altri marsupiali al buio diventano tutti meravigliosamente fluorescenti (verdi, blu e rosa) sotto la luce UV.

Negli ultimi anni gli scienziati hanno scoperto che la biofluorescenza sia più comune tra i mammiferi di quanto ci rendessimo conto – con scoiattoli volanti che brillano di un rosa gomma da masticare, spingendo i ricercatori a vedere da quanto tempo questo tratto esiste nel nostro patrimonio genetico. Sono partiti da animali come l’ornitorinco (Ornithorhynchus anatinus), la più antica stirpe di mammiferi ancora vivente.

Naturalmente, una volta che il bagliore dell’ornitorinco è stato rivelato, altri ricercatori come il curatore di Mammalogy del Western Australian Museum, Kenny Travouillon e la biologa Linette Umbrello, hanno puntato i raggi UV su diversi esemplari nelle collezioni del museo. E finora le loro scoperte sono state tutt’altro che deludenti:

Non solo vombati. A essere biofluorescenti erano anche echidne e alcuni marsupiali come bandicoots e Macrotis, opossum e alcuni pipistrelli. Le creature australiane si uniscono a una miriade di altri esseri viventi che si illuminano, inclusi insetti, rane, pesci e funghi.

La biofluorescenza non va confusa con la bioluminescenza, che viene innescata da una reazione chimica e può avvenire anche in assenza completa di luce esterna. Un esempio classico di bioluminescenza sono le lucciole e quella della fauna marina di acque profonde.

La biofluorescenza invece si verifica quando un essere vivente assorbe radiazioni ad alta energia come l’ultravioletto e quindi emette luce a una frequenza inferiore. Sono state identificate molte proteine ​​che possono farlo nella pelle o in altri tessuti animali, tra cui ossa e denti, ha spiegato a ScienceAlert la scienziata forense del Museo australiano Greta Frankham.

“Ci sono composti chimici in molte diverse parti del corpo animale che sembrano fluorescenti, quindi non è sorprendente scoprire che potrebbero esserci altri composti chimici in altre cose come la pelliccia”, ha detto Frankham.

Gli scienziati hanno isolato alcune di queste molecole e le hanno utilizzate per l’imaging scientifico, ma non sanno ancora come e perché si verifica la biofluorescenza in questi mammiferi. Ma comunque sia ottenuta, produce certamente risultati sorprendentemente luminosi alla luce UV, come le orecchie e la coda di questo Bilby (Macrotis leucura).

“I predatori non sembrano brillare. Penso che questo sia perché se i predatori potessero essere visti, perderebbero ogni possibilità di catturare la loro preda” ha ipotizzato Travouillon.

Frankham ha sottolineato, tuttavia, che molti marsupiali sono notturni, quindi questo potrebbe non essere necessariamente un fattore trainante nell’evoluzione di questo tratto.

Sono necessari studi sul campo per esaminare se ci siano vantaggi o svantaggi legati a questa capacità all’interno dell’ambiente naturale ma visto quanto sono vulnerabili molte di queste specie australiane, vale la pena sapere se questo tratto influisca o meno sulla loro ecologia.

Fonti di riferimento: ScienceAlert

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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