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Così la plastica negli oceani sta creando una pericolosissima “trappola evolutiva” per le giovani tartarughe marine

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La plastica presente negli oceani, ingerita sempre più spesso dalle tartarughe marine, sta dando vita ad una trappola evolutiva che mette a rischio la sopravvivenza di diverse specie. A rivelarlo una nuova inquietante ricerca scientifica. 

L’inquinamento da plastica è più pericoloso di quanto immaginato, soprattutto per gli animali che vivono negli oceani. Tra i più minacciati in assoluto rientrano le tartarughe marine, in particolare le più giovani. Per loro la plastica sta dando vita a quella che gli scienziati hanno definito una “trappola evolutiva”, su cui si è concentrata una nuova ricerca scientifica appena pubblicata sulla rivista Frontiers in Marine Science. 

Lo studio è stato guidato dai ricercatori dell’Università di Exeter che hanno trovato un numero sorprendente di microplastiche nello stomaco delle piccole tartarughe che vivono lungo la costa orientale e occidentale dell’Australia. In quest’area subito dopo la schiusa delle uova, le tartarughe marine si avventurano in mare aperto, ma le correnti trasportano grandi quantità di plastica che spesso queste creature tendono ad ingerire.

Le tartarughe giovani si sono evolute per vivere in mare aperto, dove i predatori sono relativamente scarsi – spiega la dottoressa Emily Duncan del Centro per l’ecologia e la conservazione del Penryn Campus di Exeter della Cornovaglia. – Tuttavia, i nostri risultati suggeriscono che questo comportamento evoluto ora li porta in una ‘trappola’, conducendoli in aree altamente inquinate come il Great Pacific Garbage Patch. Le tartarughe marine giovani generalmente non hanno una dieta specializzata: mangiano qualsiasi cosa e il nostro studio suggerisce che questo include la plastica.

La grande minaccia delle microplastiche (ingerite sempre più spesso dalle tartarughe marine)

La ricerca si è concentrata su 121 esemplari di tartarughe marine, spiaggiate o catturate accidentalmente dai pescatori, appartenenti a cinque specie: verdi, Caretta Caretta, embricate, Olive Ridley e a dorso piatto.

Gli scienziati hanno trovato un maggior numero di tracce di plastica nelle tartarughe che vivono nella costa del Pacifico: 86% dei frammenti è stato rilevato nella specie Caretta Caretta, 83% nelle tartarughe verdi, l’80% in quelle dal dorso piatto e nel 29% negli esemplari di Olive Ridley. Invece, le percentuali di plastica trovata nelle tartarughe che vivono nella costa dell’Oceano Indiano sono di gran lunga più basse: il 28% dei frammenti è stato ritrovato nelle tartarughe dal dorso piatto, il 21% nelle Caretta Caretta e il 9% in quelle verdi. 

Come rivela lo studio, le tartarughe tendono ad ingerire davvero di tutto. Nel tratto gastrointestinale delle tartarughe marine gli studiosi hanno infatti trovato pezzi di plastica appartenenti agli oggetti più disparati: sacchetti di plastica, pezzi di corde, polistirolo, gomma, elastici, reti da pesca. I polimeri ingeriti più comunemente dalle tartarughe sono il polietilene e il polipropilene. 

Questi polimeri sono così ampiamente utilizzati nei prodotti di plastica che è impossibile individuare le fonti dei frammenti che abbiamo trovato – commenta la dottoressa Duncan. – I piccoli generalmente contenevano frammenti fino a circa 5 mm a 10 mm di lunghezza.

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L’impatto dell’inquinamento da plastica sulla sopravvivenza delle tartarughe

Questa situazione ha messo in allarme gli scienziati, preoccupati per la sopravvivenza delle tartarughe marine.

“È stato infatti dimostrato che l’ingestione di plastica può creare cambiamenti in relazione all’acquisizione di nutrienti e alle conseguenze sulla forma fisica nelle tartarughe marine d essere associata a patologie o mortalità” si legge nello studio.

Ancora, però, non è chiaro quali sono gli impatti effettivi dell’inquinamento da plastica su queste specie, che potrebbero essere ancora più devastanti del previsto. E per scoprirlo saranno necessari ulteriori studi. 

Indagare su questi concetti sarà fondamentale poiché le trappole evolutive sono raramente riconosciute dai professionisti della conservazione della fauna selvatica come una minaccia significativa per la conservazione che dovrebbe essere integrata nella pianificazione e gestione della conservazione– spiega il team di scienziati che ha condotto lo studio. – Ciò richiederà una stretta collaborazione con ricercatori e veterinari di tutto il mondo.

Una cosa è certa: gli artefici della trappola evolutiva siamo noi esseri umani…

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Fonte: Frontiers in Marine Science

Leggi tutti i nostri articoli sulle tartarughe marine: 

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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