Gli orsi polari non hanno più ghiaccio: stanno morendo di fame e presto scompariranno

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I cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacci stanno mettendo a rischio la sopravvivenza degli animali che popolano quelle aree. Ma un nuovo studio rivela che gli orsi polari, ma anche i narvali, usano quattro volte più energia per sopravvivere. Ecco perché i predatori dell’Artico, a cui si dedica una Giornata Mondiale il 27 febbraio di ogni anno, sono ridotti allo stremo.

Secondo il nuovo studio pubblicato sul Journal of Experimental Biology, orsi polari e narvali utilizzano fino a quattro volte più energia per sopravvivere a causa della grande perdita di ghiaccio nell’Artico.

Una volta perfettamente evoluti e abili a sostenere le dure condizioni dela vita polare, oggi questi animali stanno lottando per riuscire a vivere mentre i loro habitat si restringono. Ma non è solo questo. Essi stanno diventando sempre meno “adatti” a sopravvivere in un Artico sempre meno ghiacciato.

I mammiferi sono fisiologicamente progettati per utilizzare la minor quantità di energia possibile. Gli orsi polari sono principalmente cacciatori sedentari, si sono adattati a catturare foche quasi da fermi mentre i narvali si sono evoluti per immergersi molto in profondità senza fare movimenti veloci. Meccanismi adattivi di risparmio energetico, fondamentali per sopravvivere in un ambiente difficile e freddo.

Gli orsi polari sono sempre più affamati

Ma oggi tali animali devono lavorare molto più duramente per sopravvivere. Gli orsi polari si nutrono principalmente del grasso delle foche ma questa fonte di cibo è più difficile da trovare. Il ghiaccio marino su cui cacciano si è ridotto del 13% ogni decennio dal 1979. Motivo per cui essi oggi hanno bisogno di nuotare almeno tre giorni per trovare foche o cercare fonti di cibo terrestre meno ricche di energia. Di fatto, devono percorrere distanze maggiori con un elevato dispendio di energia.

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I mammiferi nelle regioni polari affrontano un futuro incerto poiché il riscaldamento senza precedenti porta alla catastrofica perdita di ghiaccio marino, spingendo gli orsi polari sulla terraferma, dopo aver perso l’accesso al ghiaccio e alle foche altamente caloriche di cui si nutrono. Secondo lo studio, un orso polare avrebbe bisogno di consumare circa 1,5 caribù, 37 salmerini alpini, 74 oche delle nevi, 216 uova di oca delle nevi (cioè 54 nidi con 4 uova per covata) o 3 milioni di mirtilli rossi per eguagliare l’energia disponibile nel grasso di una foca adulta adulta.

“Esistono poche risorse sulla terra all’interno della gamma degli orsi polari che potrebbero compensare il calo delle opportunità di alimentazione delle foche” spiegano gli scienziati.

Pagano e Williams hanno misurato il costo energetico del movimento di narvali e orsi polari e hanno scoperto che la maggiore perdita di ghiaccio si traduce in uno spostamento da 3 a 4 volte maggiore del previsto quando la copertura di ghiaccio marino è normale. Questo aumento del consumo di energia, insieme alla perdita di accesso alla principale fonte di cibo dell’orso polare, li rende particolarmente vulnerabili alla fame.

Secondo gli scienziati, il declino di questi predatori all’apice della catena alimentare “porterà a rapidi cambiamenti nell’ecosistema marino artico”.

La perdita del ghiaccio

Se il riscaldamento globale continuasse con il trend attuale, nel 2035 il mare Artico potrebbe essere privo di ghiacci nei mesi estivi. Per l’orso polare, la cui sopravvivenza dipende dalla presenza di ghiaccio marino, sarebbe una condanna senza appello. Il ghiaccio artico è infatti parte integrante della vita di questo animale incredibile e maestoso.

Oggi nel mondo, ricorda il WWF, si stima la presenza di un numero di orsi polari che va dai 16.000 ai 31.000 individui, divisi in 19 popolazioni nelle regioni artiche di Europa, Asia e America. La contrazione del loro habitat sta rendendo la specie sempre più a rischio in tutto il mondo. Gli orsi polari trascorrono sul mare ghiacciato la maggior parte della vita (come indica il loro nome scientifico, Ursus maritimus), lo attraversano per percorrere lunghe distanze verso nuove aree e vanno a caccia di foche aspettando che la preda esca fuori dall’acqua. A volte, le femmine scavano nel ghiaccio marino per creare rifugi dove partorire. In Groenlandia e Norvegia, gli orsi polari sono classificati come specie vulnerabile, quindi a rischio estinzione.

Il cambiamento climatico ha ridotto la distesa di ghiaccio marino che un tempo si estendeva dal Polo Nord alla Baia di Hudson meridionale. E proprio nell’area meridionale della Baia di Hudson, fra il 2011 e il 2016, è stato stimato un calo della popolazione di orsi polari pari al 17%, con la diminuzione del numero di individui da 943 a 780.

Nel 2020, il ghiaccio polare ha raggiunto un nuovo record negativo: negli ultimi 50 anni, solo nel 2012 alla fine dell’estate era stata registrata un’estensione della banchisa polare minore di questa. Un evidente segnale che il riscaldamento globale è purtroppo sempre più forte, e che l’habitat dell’orso polare sta inesorabilmente scomparendo. I ricercatori hanno rilevato come nel novembre 2020, mese in cui il ghiaccio dovrebbe estendersi e irrobustirsi per permettere agli orsi polari di cacciare, si è assistito al fenomeno opposto: il ghiaccio della baia che si era appena formato si è frammentato a causa di temperature troppo alte. Le concentrazioni di ghiaccio marino sono diminuite del 13% ogni decennio dal 1979 a causa dell’aumento delle temperature globali. Le regioni artiche si sono riscaldate due volte più velocemente del resto del mondo, quindi il ghiaccio marino stagionale si forma più tardi in autunno e si rompe prima in primavera.

Gli orsi polari, insomma, rischiano sparire dall’Artico entro il secolo.

Fonti di riferimento: Eurekalert, Journal of Experimental Biology

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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