Grindadráp: perché è così difficile fermare la mattanza dei globicefali e delfini alle Isole Fær Øer #STOPTHEGRIND

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Nelle Isole Fær Øer la crudele pratica della caccia ai globicefali e ai delfini va avanti dall’era dei Vichinghi. Ma negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli appelli per fermare la strage, anche se abolirla non è affatto semplice perché la mattanza avviene in uno territorio indipendente rispetto alla Danimarca (e che quindi non fa parte neanche dell’Unione europea)

Da secoli alle Isole Fær Øer si verifica la più grande mattanza di globicefali e delfini, tradizionalmente nota come Grindadráp. Quest’anno in particolare la carneficina ha raggiunto numeri da record: sono stati, infatti, oltre 1400 i cetacei massacrati, a colpi di coltelli, arpioni e persino trapani. Un numero talmente elevato che ha portato allo spreco della carne dei cetacei, che in gran parte è andata buttata invece di essere consumata dagli abitanti delle isole. Le foto raccapriccianti, che hanno fatto il giro dei social e dei quotidiani, hanno suscitato forte indignazione in tutto il mondo.

Porre fine a questa crudele (e antichissima) tradizione non è affatto semplice, ma c’è chi sta provando a fermarla. A fare sul serio è la grande coalizione globale formata dalla Ong Sea Shepherd e dagli attivisti di Shared Planet, che negli scorsi giorni hanno lanciato la campagna #STOPTHEGRIND, a cui hanno già aderito migliaia di organizzazioni e cittadini.

La loro prima mossa è stata inviare una lettera, firmata anche da diversi membri del Parlamento europeo, al primo ministro delle Isole Fær Øer Mr Bárður á Steig Nielsen, chiedendo di abolire questa pratica inutile e disumana.

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L’appello al premier delle Isole Fær Øer

Nella lunga lettera elaborata dalla coalizione globale vengono toccati diversi punti, non soltanto quello relativo alla palese crudeltà rappresentata dalla pratica che risale all’era dei Vichinghi. 

Riteniamo che la Grindadráp non solo sia in contrasto con lo spirito moderno della conservazione dell’ambiente e delle specie marine, ma è anche ampiamente riconosciuto a livello scientifico che rappresenti un pericolo significativo per la salute dello stesso popolo faroese. – si legge nell’appello – Ci sono molte ragioni importanti e interconnesse per cui la Grindadráp dovrebbe essere bandito immediatamente. 

Ecco quali sono i motivi principali per cui bisognerebbe dire basta alla tradizionale caccia ai cetacei, secondo gli attivisti:

  1. La Grindadráp è crudele, inutile e in contraddizione rispetto agli standard del benessere animale (compresi quelli
    standard già inseriti nella legislazione faroese e che si applicano già ad altri animali)
  2. La carne di delfino e di balena è contaminata e tossica per l’uomo (per via della presenza di mercurio, policlorobifenili e altre tossine), come confermato dai funzionari sanitari delle Fær Øer
  3. La reputazione delle Fær Øer come destinazione turistica e partner commerciale si sta deteriorando
  4. La tradizionale caccia ai cetacei è gestita male (senza un’adeguata supervisione o quote previste)
  5. Non si può parlare di “abbondanza di globicefali e delfini”. Il numero della popolazione di questi animali marini resta incerto
  6. La Grindadráp impedisce alle Fær Øer di raggiungere gli obiettivi sostenibili – che il primo ministro faroese aveva deciso di promuovere – previsti dall’Agenda delle Nazioni Unite

Per leggere la lettera completa CLICCA QUI

Leggi anche: Grindadráp: il governo delle Isole Fær Øer è pronto a rivedere la caccia ai delfini (ma l’abolizione del crudele rito è ancora lontana)

Perché non è affatto facile abolire la tradizionale caccia?

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli appelli in cui si chiede di mettere la parola fine alla Grindadráp, ma la sua abolizione sembra essere molto lontana. Questo perché le Fær Øer hanno uno statuto autonomo dal 1948, nonostante facciano parte del Regno di Danimarca. Quindi, al contrario della Danimarca, non fanno parte dell’Unione europea. Quest’ultima più volte si è scagliata contro la pratica disumana della caccia ai cetacei, ma invano. 

Di fatto l’Ue non può obbligare il governo faroese ad abolire questa tradizione né può farlo la Danimarca, anche se di certo potrebbe impegnarsi con azioni concrete, ad esempio introducendo un embargo nei confronti delle Isole Fær Øer. Negli scorsi mesi diverse reti di cittadini e organizzazioni ambientaliste hanno lanciato appelli e petizioni indirizzate alla prima ministra Mette Frederiksen, ma in realtà si tratta di una mossa che non ha senso e che non potrà servire a dire basta alla strage a cui assistiamo inermi da anni. Al momento possiamo sperare che la nuova campagna #STOPTHEGRIND riesca a convincere il governo faroese a valutare seriamente l’abolizione – seppur in maniera graduale – della caccia ai cetacei.

Un’altra speranza potrebbe essere rappresentata dalla mobilitazione da parte dei cittadini dell’arcipelago delle Fær Øer, ma al momento appare abbastanza utopistico, visto che la maggioranza dei residenti è legata a questa antica tradizione, che fa parte della cultura delle isole. 

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Fonti: Sea Shepherd/STOP THE GRIND

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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