Giornata internazionale del sushi: tutte le atrocità che si nascondono dietro al salmone che ci finisce dentro

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Cosa accade ai salmoni d’allevamento prima di finire sulle nostre tavole o nei ristoranti di sushi? I retroscena sulla loro “esistenza” (se così si può definire) sono davvero inquietanti, come rivela una indagine realizzata in Scozia lo sc orso marzo da un team sotto copertura dell’organizzazione internazionale Compassion in World Farming

Nell’International Day of Sushi, la giornata internazionale che celebra questo alimento, vogliamo ricordare il suo lato oscuro.

“I salmoni soffrono silenziosamente, nascosti alla vista dei consumatori, in crudeli allevamenti subacquei in tutta la Scozia. Anche gli investigatori esperti sono rimasti scioccati da quello che hanno trovato” – racconta Sophie Peutrill, responsabile della campagna globale di Compassion in World Farming per il benessere dei pesci. – “Le immagini rivelano la presenza di salmoni con deformità e malattie, occhi mancanti e grandi pezzi di carne e pelle mangiati dai pidocchi di mare. Questo è completamente inaccettabile”.

La Scozia è il terzo produttore mondiale di salmone atlantico d’allevamento ed esporta in oltre 50 Paesi, tra cui l’Italia (che rientra tra i primi 10 Stati importatori). Non possiamo, quindi, ignorare le terribili condizioni che riguardano questa specie negli allevamenti scozzesi. 

@Compassion in World Farming

La difficile esistenza dei salmoni in gabbia, infestati da pidocchi di mare e colpiti da malattie 

L’indagine di Compassion in World Farming è stata condotta tra settembre e novembre dello scorso anno in 22 aziende scozzesi. Nello specifico, il team ha indagato sulle condizioni di vita dei salmoni dell’Atlantico all’interno degli allevamenti della costa occidentale scozzese, dell’isola di Skye e delle isole Shetland. Ciò che hanno scoperto e filmato è sconcertante. L’industria scozzese dell’allevamento di salmone presenta gravi problematiche sia dal punto di vista del benessere animale che ambientali. Con gli attuali livelli di produzione, l’infestazione di pidocchi marini e le malattie sono fuori controllo e causano sofferenza ai pesci stipati nelle gabbie, minacciando anche le popolazioni di pesci selvatici.

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@Compassion in World Farming

Come si legge nel report pubblicato dall’organizzazione, “ben il 28,2% degli avannotti (i piccoli di salmone) messi in gabbia ogni anno muore durante la fase di allevamento. Prendendo in considerazione anche il tasso di mortalità durante il periodo trascorso in acqua dolce, questa percentuale sarebbe molto più alta. È purtroppo impossibile stabilire il numero preciso di pesci che vivono in condizioni non dignitose, ma è sicuramente molto più elevato rispetto a quanto traspare da questi dati: i tassi di mortalità riportano infatti solo i casi più estremi causati da tale situazione. A un settore in cui un salmone su quattro non sopravvive al periodo di ingrasso (quando gli avannotti vengono rinchiusi in gabbie sottomarine dove completare il processo di crescita e raggiungere il peso di macellazione) non dovrebbe essere permesso di espandersi ulteriormente.”

Una vera e propria piaga che affligge i salmoni d’allevamento, costretti a “vivere” in migliaia stipati all’interno di gabbie, è rappresentata dall’infestazione di pidocchi di mare. Questi ultimi sono dei piccoli parassiti che si cibano delle squame, del sangue e del muco di pesci come il salmone. L’aumento della popolazione di pidocchi è andato di pari passo con l’espansione dell’allevamento del salmone, settore che non ha ancora adottato strategie preventive o trattamenti efficaci, ecologici e orientati al benessere animale.

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@Compassion in World Farming

La presenza di pidocchi di mare è indubbiamente causa di dolore, stress e debilitazione per i salmoni, che
rinchiusi nelle anguste gabbie sottomarine non hanno alcuna via di scampo da questi parassiti. A provocare ulteriore sofferenza ai pesci sono i trattamenti anti-pidocchi adottati negli allevamenti: molti di questi, come i bagni chimici con sostanze irritanti o l’utilizzo di acqua a temperature elevate (trattamenti “thermolicer”), espongono i salmoni a condizioni debilitanti o dolorose e possono provocarne anche la morte.

Inosservanza delle leggi sul benessere animale

Come evidenzia la Compassion in World Farming, “la situazione riscontrata all’interno degli allevamenti di salmone scozzesi è in netta violazione delle leggi sul benessere animale. La legge sulla salute e sul benessere degli animali entrata in vigore in Scozia nel 2006 impone a chi prende esseri viventi vertebrati sotto la propria cura l’obbligo di diligenza, che consiste nell’incentivare il benessere fisico e mentale di questi animali e proteggerli da sofferenze, dolore, incidenti e malattie. Ciononostante, le condizioni osservate in generale all’interno degli allevamenti non rispettano questo obbligo.”

@Compassion in World Farming

Sono proprio le terribili condizioni di vita nelle gabbie e l’assenza di garanzie del benessere di questi salmoni
a creare un terreno fertile per la proliferazione di parassiti ma anche diverse malattie, tra cui la malattia nodulare branchiale (AGD), l’anemia infettiva del salmone (ISA), la cardiomiopatia (CMS) e la pancreatite (PD). Secondo i dati pubblicati nel 2020 dal Fish Health Inspectorate, 4.031.528 dei 6.281.720 di casi di morte registrati nel 2019 (ovvero il 64%) erano da attribuirsi a malattie e ai relativi trattamenti.

L’impatto ambientale e le conseguenze sui salmoni selvatici 

Gli allevamenti di salmone non sono soltanto fonte di stress e sofferenza per gli stessi pesci, ma provocano una serie di impatti ambientali non trascurabili. Infatti, i rifiuti organici e chimici prodotti dagli allevamenti di salmoni scozzesi stanno cambiando la composizione chimica dei sedimenti, portando alla morte della fauna e della flora marine. Inoltre, questi rifiuti portano a un peggioramento della qualità dell’acqua e alla proliferazione di alghe nocive, che riducono ulteriormente i livelli di ossigeno all’interno delle gabbie in cui i pesci soffocano senza alcuna via di scampo. Come si legge nel report, “i prodotti chimici, come l’insetticida emamectina benzoato, e medicinali utilizzati all’interno dell’allevamento fuoriescono nell’ambiente limitrofo e i loro effetti tossici, non solo su pesci e su organismi marini ma anche su uccelli e su altre specie mammifere, sono conosciuti e ben documentati.”

A risentirne dei danni causati dagli allevamenti scozzesi anche i salmoni selvatici e le trote. Infatti, gli allevamenti  contribuiscono alla diffusione dei pidocchi di mare e di altre malattie anche in mare aperto. L’accoppiamento tra esemplari di salmone fuggiti dagli allevamenti ed esemplari selvatici desta poi molte preoccupazioni, in quanto potrebbe causare alterazioni al pool genetico di questi ultimi e comprometterne le condizioni fisiche e l’adattabilità ai cambiamenti ambientali. Secondo alcune stime, nell’arco degli ultimi 20 anni, si è assistito ad una diminuzione del 70% delle popolazioni di salmone e trota selvatiche presenti nei fiumi della Scozia. 

@Compassion in World Farming

Bisogna agire subito per fermare l’espansione dell’industria del salmone scozzese

Le condizioni a cui sono costretti i salmoni d’allevamento in Scozia sono a dir poco raccapriccianti. Lo confermano ormai numerose ricerche e indagini sotto copertura come quella condotta alla fine dello scorso anno.

“Considerati i numerosi problemi ambientali e di benessere all’interno dell’industria scozzese del salmone, i piani di espansione sono completamente irresponsabili” – ha dichiarato Krzysztof Wojtas, Head of Fish Policy di Compassion in World Farming. – “Chiediamo al governo scozzese una moratoria sull’espansione dell’industria del salmone scozzese. Confinare le specie carnivore in gabbie subacquee e impoverire i nostri oceani di pesce selvatico per nutrirle, è pura follia. In definitiva, contestiamo il fatto che l’allevamento di pesci essenzialmente selvatici e migratori, come il salmone, possa trovare posto in un sistema alimentare sostenibile”.

Fonte: Compassion in World Farming

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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