Fattorie delle tigri: il crudele business che fa valere questi felini molto di più da morti che da vivi

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Le tigri rischiano di sparire per sempre dalla faccia della Terra. In tutto il mondo ne restano poco meno di 4000 esemplari in totale e soltanto il 6% vive nel proprio habitat naturale, mentre la maggior parte è costretta a vivere in cattività in speciali “fattorie”, dove vengono allevati in condizioni spaventose.

In molti Paesi questi straordinari animali non vengono affatto considerati esemplari da tutelare, ma vere e proprie risorse, da sfruttare letteralmente fino all’osso e da cui ricavare prodotti di lusso. In poche parole: le tigri valgono molto di più da morte che da vive. E il business che riguarda il traffico illegale di tigri, che genera un profitto incredibile, è una delle cause principali dell’estinzione della specie.

Gli esemplari di tigre diventano quelli che potremmo definire animali da macello, da cui vengono prelevate varie parti del corpo per rivenderle a caro prezzo e da cui vengono realizzati ornamenti vari, gioielli e persino medicine. Molte tigri vengono, quindi, allevate all’interno di speciali “fattorie”

In alcune parti dell’Asia orientale dalle tigri si ricava il wine bone tiger, il vino di ossa di tigre, una bevanda pregiata e costosissima (che viene venduta anche al prezzo di oltre 300 euro a bottiglia) che viene utilizzata per curare l’artrite e i reumatismi. Questa miscela è considerata da molti anche un elisir dotato di proprietà afrodisiache. Il vino di ossa di tigre viene servito nelle sale da pranzo di uomini d’affari e burocrati che vogliono ostentare il loro elevato status socio-economico. Questo mostruoso business è molto diffuso in diversi Paesi dell’Asia.

Leggi anche: Vino di ossa di tigre: felini allevati nelle “fattorie” cinesi per produrre bottiglie afrodisiache

Cosa accade alle tigri negli allevamenti asiatici

“Il commercio inizia con migliaia di tigri tenute prigioniere in una serie di fattorie in Cina e anche in Laos, Thailandia e Vietnam, spesso in condizioni spaventose.” – racconta Simon Evans, docente specializzato in ecoturismo e conservazione delle tigri – “Molte vengono collocate in piccoli recenti di cemento. Le tigri allevate per le loro ossa sono spesso malnutrite e vengono lasciate morire di fame appositamente. Una volta un operaio che lavora in parco di tigri nel nord della Cina mi ha detto: uno scheletro è, in fin dei conti, solo un sacco di ossa. A chi importa come appare quando è vivo? “

Al contrario, per le tigri che vengono allevate per la produzione di carne il trattamento è diametralmente opposto, anche se l’esito finale è sempre la morte.

“Le tigri allevate per la loro carne subiscono un destino diverso, spesso pompate di liquidi e alimentate forzatamente per renderle grasse il più possibile poiché il valore di una carcassa destinata al cibo è legato al peso.” – spiega il professor Evans, che sta scrivendo un libro su questo business  – “Alla fine della loro vita, molte riescono a malapena a stare in piedi, con lo stomaco che tocca il terreno. E una pelle è una pelle: finché la tigre non è ferita, la pelle sarà comunque preziosa indipendentemente dal peso della creatura che una volta la abitava.”

Un business mostruoso che sta contribuendo all’estinzione della specie

E anche ai cuccioli di tigre tocca una sorte terribile. Una volta nati, vengono subito allontanati dalla propria madre per non perdere tempo prezioso e sfruttarla affinché questa “fornisca” altri nuovi cuccioli all’allevamento. I piccoli di tigre vengono trasferiti in un’area dove i visitatori pagano per coccolarli, nutrirli con il biberon e scattare qualche selfie.

Ma il commercio di tigri riguarda esclusivamente gli Stati come la Cina e il Vietnam. Secondo un’indagine dell’Interpol risalente al 2019, le tigri allevate in Asia vengono importate anche da diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, il Belgio e la Germania. Un business raccapricciante che sta contribuendo al declino di una delle specie animali più minacciate al mondo, che tra qualche anno potrebbe scomparire totalmente dal nostro Pianeta, “grazie” all’avidità dell’uomo che, pur di arricchirsi, non guarda in faccia nessuno.

Fonte: The Conversation/WWF

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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