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Dentro l’orrore dell’industria l’industria spietata della caccia ai trofei e dei leoni allevati in scatola per poi essere uccisi

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La scorsa estate Mopane, leone divenuto il simbolo dello Zimbabwe, è stato brutalmente ucciso. Ad attirarlo con delle esche, fuori dal Parco Nazionale di Hwange, i cacciatori di trofei che l’hanno poi colpito con delle frecce che per l’animale si sono rivelate fatali. Soltanto un paio di anni fa la stessa sorte era toccata al suo compagno d’avventure Sidhule e qualche anno prima a Cecil, che viveva sempre all’interno del parco.

Quella della caccia al trofeo è un piaga difficile da estirpare. Si tratta di una pratica crudele, purtroppo molto in voga e – soprattutto – legale in gran parte dei Paesi. Purtroppo l’Unione europea è il secondo importatore al mondo di trofei di caccia: in testa alla triste classifica  troviamo Germania, Spagna e Danimarca. 

E in aree del mondo come il Sudafrica è molto in voga la pratica della cosiddetta caccia al leone in scatola (in inglese “canned lion hunting”) tra i cacciatori a cui piace avere il gioco facile e riuscire ad uccidere un animale senza troppi sforzi. 

Cos’è la caccia ai trofei

Ma che cos’è esattamente questa pratica e da cosa ha origine? Per trofei  di caccia si intendono sono animali interi o parti di essi come la testa o la pelle che i cacciatori conservano come souvenir, mettendo in mostra il successo avuto durante quella battuta di caccia.

La caccia al trofeo, come la conosciamo oggi, è nata a seguito della colonizzazione europea in Africa, America e Asia  nel XIX secolo. Tutto è iniziato con la caccia commerciale da parte degli esploratori e dei primi coloni
che hanno poi spianato la strada alla ritualizzazione della caccia per ottenere trofei. Oggi questa crudele attività è molto diffusa soprattutto nel Nord America, dove la caccia è più accessibile al pubblico grazie alla facile reperibilità delle armi da fuoco. Negli Stati Uniti diverse organizzazioni di cacciatori promuovono safari di caccia al trofeo nel continente africano e in altre parti del mondo.

Purtroppo, nonostante gli appelli delle organizzazioni animaliste,  l’industria della caccia al trofeo continua ad espandersi e vengono prese di mira anche nuove specie, cacciate in posti prima poco esplorati come la Repubblica del Kirghizistan, in Asia centrale. 

Il business della caccia ai trofei 

Ogni anno a farne le spese sono migliaia di esemplari che appartengono a specie come leoni, giraffe, lupi e tigri. Il Safari Club International, che ha sede negli Usa, è uno dei più grandi gruppi mondiali di caccia al trofeo e conta ben 50mila membri provenienti da tutto il mondo. Questo club incoraggia i cacciatori a uccidere principalmente specie in via di estinzione, protette dalle leggi nazionali o dai trattati internazionali, investendo spesso risorse ingenti per fare pressione sui governi e altre istituzioni al fine di indebolire la protezione delle specie prese di mira. 

Il Safari Club International prevede grossi premi per l’uccisione di determinate specie, anche in base alle loro dimensioni: ad ognuna corrisponde un certo “status”. 

Tra gli oltre 50 premi per la caccia, alcuni sono specifici per l’uccisione di specie europee. Come spiega l’Humane Society, “ad esempio, il premio European 12prevede l’uccisione di almeno 12 specie di animali selvatici europei da un elenco di diverse dozzine di specie, tra cui il bisonte europeo, il lupo grigio, l’orso bruno eurasiatico o il camoscio alpino Il premio “European 25 Milestone”, invece, prevede l’uccisione di 25 specie europee con un fucile e almeno 15 uccisioni con l’arco. 

Il crudele destino dei leoni allevati “in scatola” per poi essere uccisi 

Ogni anno in Sudafrica vengono allevati centinaia di leoni in cattività, dentro recinti e strutture lager. Da cuccioli vengono sfruttati per mostrarli ai turisti e messi a disposizione per fare foto con i visitatori. Ma li aspetta un crudele destino, che è la morte. I felini, “allevati in scatola” vengono rilasciati nell’area di caccia e uccisi. E i cacciatori sono disposti a pagare anche 4mila dollari per uccidere una leonessa.

Uno dei motivi per cui i leoni allevati in cattività possono essere uccisi in così poco tempo è che gli organizzatori li attirano con le esche per risparmiare tempo, come testimoniano le conversazioni con gli investigatori di Humane Society International – spiega l’Humane Society International – Alcuni organizzatori addirittura sedano i leoni prima di liberarli nel recinto, in modo che sia più facile ucciderli. Alla convention del Safari Club International, le battute di caccia al leone in cattività vengono offerte ai potenziali cacciatori come se fosse il menu di un ristorante. La caccia a una leonessa allevata in cattività è generalmente più economica di quella del leone maschio. A seconda delle dimensioni o dell’età dell’animale e della sua criniera, o se si tratta di un leone maschio, la caccia al leone in cattività può variare da “economica” a “deluxe”. L’opzione più economica sarebbe cacciare un leone di due anni.

La petizione per fermare l’importazione dei trofei di caccia in Italia

Nel quinquennio 2014-2018 il nostro Paese ha importato 322 trofei di caccia di 22 specie di mammiferi protetti dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), tra cui leopardi, orsi polari, lupi e ghepardi.

L’Italia è il primo importatore UE di trofei di ippopotamo e il quarto più grande importatore di trofei di leoni africani di origine selvatica. Inoltre, è il quinto importatore UE di elefanti africani ed è stata uno dei cinque Paesi ad aver importato almeno un trofeo di rinoceronte nero, a rischio estinzione. 

Per fermare le importazioni di trofei nel nostro Paese l’Humane Society ha lanciato la petizione che prende il nome di #NotInMyWorld.

CLICCA QUI per firmare anche tu 

Fonte: Humane Society

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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