Moria di delfini in Gambia: colpa di una fabbrica cinese che avvelena il mare

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Un delfino è stato trovato morto su una spiaggia di Gungur, sulle coste del Gambia. Non si tratta della prima volta e questo sta allarmando la popolazione locale. Tra i principali timori vi è l’inquinamento marino provocato da una fabbrica cinese di lavorazione del pesce.

Il delfino è stato trovato una settimana dopo l’arresto di 6 giovani, per aver tentato di protestare contro le attività del Golden Lead. I ragazzi sono stati rilasciati su cauzione il 7 maggio.

Ma quella non è stata la fine del loro calvario. Il leader del gruppo, Sulayman Bojang, ha subito delle minacce. Gli è stato chiesto infatti di tacere sulle attività di Golden Lead.

“In altri paesi questi giovani sono visti come veri eroi. In Gambia sono ingabbiati come animali. I diritti umani e la libertà di parola sembrano essere solo un sogno nel nostro paese”.

gunjur protesta

Le foto strazianti del povero delfino sono state pubblicate su Twitter sabato da un’attivista che difende i diritti umani e degli animali, Farida Nabourema.

Il delfino infatti è stata solo l’ultima tragica morte di animali marini registrata negli ultimi tempi. E secondo associazioni e popolazione, la colpa sarebbe della Golden Lead, fabbrica cinese che lavora la farina di pesce. L’impianto è accusato di aver smaltito rifiuti tossici sospetti in mare attraverso le tubature, provocando diverse morie di pesci e mammiferi lungo la costa.

A maggio 2017, altri pesci sono stati trovati morti lungo nell’area. Allora, la causa venne attribuita ai rifiuti scaricati direttamente nell’oceano attraverso i tubi. Invece, è stato rivelato che in quell’occasione i pesci erano stati gettati in mare dai pescatori, a causa delle mancate vendite alla Golden Lead.

Circa due mesi fa, la Gambia National Environment Agency ha trascinato l’azienda cinese in tribunale per presunta violazione delle leggi ambientali del paese. La società ha fatto sapere che costruirà un impianto di trattamento, pur non avendo la minima intenzione di rimuovere le tubature che finiscono in mare. Ha accettato di pagare 25mila dollari per iniziare a trattare le acque reflue e finanziare i test sull’acqua inquinata.

L’ispettore ambientale senior della National Environment Agency Lamin Samateh ha dichiarato che l’azienda avrebbe dovuto installare un impianto di trattamento delle acque all’apertura, ma non lo aveva ancora fatto al momento dell’insediamento.

E a pagarne le conseguenze sono gli animali marini e la popolazione, costretta a veder avvelenare il mare e i suoi abitanti.

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Francesca Mancuso

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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