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La resistenza agli antibiotici sta mettendo a rischio anche gli scimpanzé

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La resistenza agli antibiotici rappresenta ormai una nuova grande minaccia per gli scimpanzé, specie a rischio estinzione che deve già fare i conti con troppe minacce, tra cui la perdita dell’habitat, lo sfruttamento negli zoo e il bracconaggio. A rivelarlo è uno studio, condotto dalla Emory University di Atlanta sugli scimpanzé che vivono nel Gombe National Park, in Tanziania. E oggi è la Giornata mondiale degli scimpanzé.

Che questa specie fosse particolarmente esposta al rischio di contrarre malattie infettive si sapeva già, ma dal nuovo studio, pubblicato sulla rivista Pathogens, è emerso che quasi la metà dei campioni fecali di scimpanzé analizzati contiene batteri resistenti a una delle principali classi di antibiotici comunemente usati dalle persone nei pressi del famoso in cui l’etologa e antropologa Jane Goodall avviò il più importante progetto di ricerca su questa specie. 

“Con un uso improprio degli antibiotici, le persone possono effettivamente danneggiare non solo se stesse, ma anche le specie con cui condividono un ambiente”  – afferma l’ecologo Thomas Gillespie, uno dei principali autori della ricerca. – “I nostri risultati suggeriscono che i batteri resistenti agli antibiotici si stanno effettivamente diffondendo dalle persone ai primati facendosi strada nello spartiacque locale. Le persone fanno il bagno e si lavano nei ruscelli, contaminando l’acqua con batteri resistenti ai farmaci dove bevono scimpanzé selvatici e babbuini”. 

Come se non bastasse, la presenza dell’uomo – che ha provocato la frammentazione dell’habitat e lo scambio di agenti patogeni – ha avuto un impatto molto pesante sulla popolazione delle grandi scimmie. Oggi restano soltanto circa 95 scimpanzé nel Gombe National Park.

I dettagli dello studio 

Per indagare gli effetti  degli antibiotici sulla popolazione degli scimpanzé, i ricercatori hanno testato la presenza di geni che conferiscono resistenza ai sulfonamidici –  antibiotici batteriostatici utilizzati in quell’area per trattare le malattie diarroiche – nei campioni fecali di esseri umani, animali domestici, scimpanzé e babbuini sia all’interno che nei pressi del Gombe National Park. Inoltre, hanno esaminato l’acqua dei ruscelli utilizzata sia dagli esseri umani che dagli animali.

“La resistenza ai sulfamidici è comparsa nel 74% dei campioni umani complessivi, nel 48% dei campioni di scimpanzé, nel 34% dei campioni di babbuino e nel 17% dei campioni di animali domestici.” – spiegano gli studiosi –”I sulfamidici  sono stati rilevati nel 19% dei campioni prelevati da corsi d’acqua condivisi da persone, animali domestici e fauna selvatica”.

I ricercatori si sono anche concentrati sulla resistenza alla tetraciclina, un’altra classe di antibiotici che viene usata meno frequentemente da chi vive nei dintorni del Parco di Gombe, probabilmente perché è più costosa e meno disponibile. E, come previsto, “soltanto pochissimi campioni fecali di uno qualsiasi dei gruppi e nessuno dei campioni di acqua dei torrenti hanno mostrato prove di resistenza alla tetraciclina”. 

Stop all’uso improprio degli antibiotici per proteggere gli scimpanzé ma anche la salute umana

“La maggior parte delle persone nel nostro campionamento ospitava batteri resistenti ai farmaci sulfamidici che stanno assumendo” – sottolinea Gillespie – “In quei casi, spendono i loro soldi per un farmaco che non li aiuta a stare meglio. L’uso eccessivo di tali farmaci crea il potenziale per l’emergere di super batteri più letali e resistenti agli antibiotici. “

Secondo il professor Gillespie, è urgente fornire ulteriori indicazioni sul corretto uso degli antibiotici a livello locale e migliorare le pratiche di smaltimento di sostanze che possono mettere in pericolo la fauna, ma anche la flora. E non si tratta soltanto di tutelare gli scimpanzé, ma anche la nostra salute. 

“Dopo che i batteri resistenti ai farmaci sono entrati negli scimpanzé, possono evolversi ulteriormente in questa specie per poi riversarsi negli esseri umani” – fa notare l’esperto – Dobbiamo pensare alle malattie infettive all’interno di quadri evolutivi ed ecologici, cosa che spesso non viene fatta in medicina”.

Fonte: Pathogens/Emory University

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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