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Redditometro e spese veterinarie, arrivano i primi effetti negativi. Un proprietario, invitato dal proprio medico veterinario ad assolvere l'obbligo di iscrizione all'anagrafe dei suoi nuovi cuccioli, ha rifiutato di farlo per non incappare nel redditometro.

È un episodio allarmante quello denunciato dall'Associazione Nazionale Medici Veterinari, che ha bollato l'accaduto come "una evidente distorsione del rapporto tra sanità veterinaria e Fisco, l'ultima prova in ordine di tempo, dell'urgenza di togliere le spese veterinarie dal redditometro".

Si potrà obiettare, magari, che si tratti di un caso isolato, di un cittadino disonesto, di un proprietario irresponsabile. L'Anmvi, però, non ha dubbi: sono le prime conseguenze sortite dall'ipotesi di inserire all'interno del nuovo redditometro le visite veterinarie a cani e gatti quali indicatori di ricchezza. "È solo l'ultimo assurdo aneddoto che testimonia lo strabismo istituzionale di un Governo che da un lato lavora alla sanità veterinaria e dall'altro la distrugge", spiega l'associazione, chiedendo un urgente interessamento del Ministero della Salute presso il Dicastero delle Finanze, in vista del quale il Presidente Anmvi, Marco Melosi, ha chiesto un incontro al Ministro Renato Balduzzi.

"Che i politici si ravvedano almeno in campagna elettorale e ci tolgano subito dal redditometro. Siamo in 50 mila a chiederlo e anche questa volontà popolare rientra nei diritti dei cittadini e dei contribuenti ad essere ascoltati e rispettati", conclude Melosi, facendo riferimento alla petizione lanciata lo scorso Novembre, che ha già superato le 50mila firme e scadrà il 31 Gennaio. Sulla stessa linea anche l'Ente Nazionale Protezione Animali, che ribadiasce come gli animali non possano essere indicatori della capacità di spesa delle famiglie italiane.

"Continuare così equivale a commettere un doppio errore. "Filosofico", anzitutto, perché è inconcepibile equiparare un cane o un gatto a una barca di lusso, a una vacanza intorno al mondo, a un fuoristrada o a un'abitazione di lusso. Ma anche metodologico, in quanto si presume che il mantenimento di un animale d'affezione indichi a priori una certa capacità di reddito", aggiunge l'Enpa.

Secondo l'Enpa, quindi, il provvedimento è ingiustamente punitivo nei confronti di tutte le persone che, adottando un animale in canile, contribuiscono a combattere la piaga del randagismo - con grande sollievo, tra l'altro, anche per le casse degli enti locali-. "Cosa dire allora delle centinaia di migliaia di pensionati, spesso al minimo, che trovano conforto e compagnia nell'amore di un 4 zampe? In realtà – conclude l'associazione- , sospettiamo che sia in atto l'ennesimo tentativo di "raschiare il barile", anzi in questo caso "raschiare la ciotola", e che lo si stia facendo sulle spalle delle categorie sociali più fragili".

Roberta Ragni

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