galline liberate

Dalle gabbie alla libertà. Dall'essere oggetti all'essere individui liberi. Avevano becchi tagliati, creste biancastre a causa delle carenze vitaminiche. Vivevano una vita di prigionia e sfruttamento trascorsa in un capannone senza nemmeno poter immaginare cosa ci sia nel mondo esterno. Ma sono state fortunate e hanno trovato la libertà, tolte per sempre dallo stato di schiavitù in cui gli esseri umani le avevano relegate. Sono 10 galline ovaiole liberate dagli attivisti di Nemesi Animale , che si trovavano in un allevamento per la produzione di uova in batteria con le cosiddette "gabbie arricchite".

Secondo la normativa europea in vigore dal primo gennaio 2012, questo tipo di allevamenti sarebbero la soluzione per venire incontro alle esigenze degli animali, con qualche centimetro quadrato in più a disposizione e inutili poggiatoi. In realtà, la prigionia a cui milioni di esseri viventi sono condannati per la produzione di uova è la stessa. Anche i cosiddetti allevamenti all'aperto e biologici non sono altro che un inganno: si tratta di capannoni con piccolissimi recinti esterni in cui le galline vengono fatte uscire solo periodicamente, l'unica differenza sta nel cibo che viene loro somministrato (biologico), e la loro vita finisce in ogni caso su un camion diretto al macello, come aveva dimostrato l'investigazione di Essere animali, realizzata in 27 allevamenti dell'Emilia Romagna, che smascherava questo grande bluff .

Ora, però, queste 10 galline, con una storia a lieto fine simile a quella di altre 20 liberate lo scorso Ottobre dalla British Hen Welfare Trust e accolte nella HM Holloway Prison , sono in un posto magnifico e possono finalmente conoscere quel mondo di cui gli esseri umani vogliono continuare a privare gli animali. Potranno vivere a contatto con l'acqua, il vento, il sole, la terra, gli alberi e tanti altri animali. Ma, purtroppo tutte le altre ancora prigioniere subiranno il destino che ogni allevamento prevede per loro dopo una vita passata a spennarsi e a ferirsi a vicenda per le condizioni di sovraffollamento: il macello.

"Chiunque abbia davvero avuto un incontro con un individuo prigioniero, -spiega Nemesi Animale- chiunque abbia sfiorato le sue membra paralizzate dal terrore e dalla confusione, chiunque abbia incrociato i suoi occhi desiderosi di libertà, i suoi lamenti desiderosi di una mamma o di una famiglia, le sue zampe desiderose di uno sconfinato prato, la sua pelle desiderosa di scaldarsi al sole, non potrà mai pensare di concedere a chicchessia il consenso alla prigionia di esseri viventi in cambio di qualche centimetro in più nella gabbia".

Allora, se oggi entrare in un allevamento e salvare degli animali è considerato un reato, o addirittura un atto di terrorismo, come negli Usa , il fatto di rivendicare pubblicamente e attraverso le proprie scelte alimentari la libertà di questi animali può diventare "una scintilla per un cambiamento sociale, un gesto di disobbedienza civile contro un'evidente ingiustizia", spiega Nemesi Animale. Perché gli animali non sono oggetti, non devono vivere in una gabbia e non devono essere considerati come prodotti o macchine da produzione. Gli animali devono essere liberi.

Roberta Ragni

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