immagine campagna

Chi preferisci vedere vivo, un topo o una bambina? È quanto chiede una pubblicità choc, nata per promuovere la ricerca medica e scientifica effettuata con modelli animali. Realizzati da un'organizzazione globale di ricerca biomedica, la Foundation for Biomedical Research (FBR), nell'ambito della campagna ResearchSaves , i 300 cartelloni pubblicitari, che sono stati affissi nelle città di Portland, Seattle, Los Angeles, Chicago e Baltimora, lanciano un messaggio semplice (quanto forviante): la ricerca sugli animali salva vite umane.

Per questo recitano in inglese, utilizzando un gioco di parole con "rat", topo, " "Who would you rat/her see live?", ovvero "Chi preferisci vedere vivo, il topo o lei?": per spiegare a tutti, facendo leva sui sentimenti di amore verso i nostri figli e sulla scarsissima considerazione di cui godo no generalmente i topi, che la ricerca sugli animali è "vitale per il futuro sia della salute umana e animale", spiega una nota dell'ente di ricerca. "I nostri nuovi cartelloni chiedono alle persone di prendere in considerazione un importante dilemma etico che dobbiamo affrontare come società, ovvero se preferiamo dire basta alla ricerca sugli animali o avere le nuove cure mediche, trattamenti e terapie per i quali tante persone attendono disperatamente; -spiega Frankie Trull, presidente di FBR- senza la ricerca con modelli animali, in particolare roditori, non avremo le cure per molte malattie attualmente incurabili, che affliggono ancora oggi i bambini, tra cui la leucemia, il diabete, la paralisi, l'autismo, la cardiopatia congenita, la fibrosi cistica, la distrofia muscolare di Duchenne e la malaria."

Insomma, un messaggio certamente efficace e di grande impatto per tutti quelli che, "non conoscendo nulla della sperimentazione animale, vivono di rendita sul vecchio, vecchissimo argomento principe del bravo vivisettore", spiega Alessandra Colla sul blog antispecista Asinus Novus : "gli ingredienti per una vivace scossa emotiva ci sono tutti: il bambino, soggetto/oggetto par excellence di ogni pubblicità ovvero l'affetto più caro (per la verità le statistiche del 2010 registrano, per l'Italia, un infanticidio ogni 20 giorni), a fronte dell'odioso topo ( che si tratti di una candida cavia innocua non scalfisce minimamente l'immaginario collettivo che associa ogni muride al temibile Rattus rattus portatore della peste nera) incubo di quasi ogni donna e ogni madre".

È chiaro, insomma, che i pubblicitari conoscono il loro mestiere, cioè vendere il prodotto, e non a caso hanno scelto di pubblicizzare il loro messaggio con un topo e non con un beagle o un macaco: l'impatto sulla maggior parte della gente, che ancora considera alcuni animali più meritevoli di cure e attenzioni rispetto ad altri, sarebbe stato diverso.

Inoltre, come se tutto questo non bastasse, secondo alcune indiscrezioni la campagna da milioni di dollari, sostenuta da importanti istituzioni accademiche, Ong, ospedali, associazioni di pazienti e aziende sanitarie Usa, potrebbe arrivare anche in Italia, come testimonierebbe il sito, "in costruzione" e redatto in un pessimo italiano (probabilmente utilizzando un traduttore automatico), www.ricercasalva.it , "insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in più di 30 paesi, e nella tua communità", si legge sulla home. E già circola in rete il cartellone per il Bel Paese, con un ratto bianco guarda una bambina e le sussurra all'orecchio: "Un giorno ti potrei salvare la vita".

cartellone pubblicitario

Ma per Alessandra Colla questa campagna orribile e basata su falsi, falsissimi presupposti porta con sé, in realtà, anche una buona notizia: i vivisettori iniziano ad avere paura. "Se pensano di dover uscire allo scoperto –continua nel suo post "Semantica dell'inganno"- è perché si sentono minacciati, e per di più cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate proponendo un messaggio debole e vecchio". Ma nessuno di noi, cari vivisettori, vuole sacrificare la vita di una bambina per un ratto: semplicemente li vogliamo vedere vivi e liberi entrambi.

Roberta Ragni

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