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Orsi in Cina. Catturati con trappole che spesso causano terribili mutilazioni. Immobilizzati in gabbie grandi quanto il loro corpo, che deformano le ossa ed atrofizzano gli arti, con un catetere arrugginito infilato nella cistifellea per estrarne due volte al giorno la bile che servirà a realizzare medicinali, unguenti, bibite e shampoo. Non possono letteralmente alzarsi, muoversi, girarsi.

Resteranno in queste condizioni anche per 20, 30 anni, ovvero tutta la durata della loro vita, fino alla morte, causata dalle infezioni, dalla sofferenza psichica, dalle malformazioni ossee dalla denutrizione. È la triste sorte degli orsi neri asiatici, meglio conosciuti come Orsi della luna, perché ornati da una stupenda mezza luna bianca in prossimità del petto sulla scura pelliccia, incarcerati nelle infernali fattorie cinesi, vietnamiti e coreani, torturati ogni giorno a centinaia per l’estrazione della loro preziosa bile, elemento tradizionale della medicina tradizionale asiatica, che la prescrive a scopi curativi da 3.000 anni.

La bile d'orso contiene infatti un principio attivo noto come acido ursodeossicolico (UDCA), alla cui ingestione si attribuiscono riduzione della febbre e delle infiammazioni, effetto protettivo sul il fegato, miglioramenti della la vista ed eliminazione dei calcoli biliari. Ma quando negli anni 70, gli orsi detti “della luna” diventano specie protetta perché in via d’estinzione, proibendone la caccia nelle grandi foreste del continente asiatico, si escogita la realizzazione di “fattorie” in cui “mungerli”, evitandone lo sterminio e ottenendone pure una produzione infinitamente superiore di bile. È così che ha inizio il tremendo calvario degli orsi della luna.

Ma c’è chi a tutto questo si oppone, come i tre documentaristi indipendenti, Elsa Xiong, Tu Qiao e Chen Yuanzhong, che hanno presentato un documento video, realizzato sotto copertura tra il 2009 ed il 2010, il frutto del lavoro di una lunga indagine durate quattro anni. Il documento mostra gli orsi forzati a indossare il cosiddetto metal jacket, tremendo strumento di tortura che moltiplica a dismisura le sofferenze che questi animali devono sopportare. Si tratta di una sorta di pettorina studiata per comprimere l’addome dell’animale, che ha uncini metallici che si conficcano nel collo al fine d’impedire qualsiasi movimento del capo e stringhe di metallo per limitare il movimento degli arti. Dotato di un catetere permanente che riversa la bile in una sacca alloggiata sotto la pettorina, per rendere l’estrazione più agevole, il metal jacket è paragonabile ai più tremendi strumenti di tortura medievali.

Nel centro del mirino è finita soprattutto l’azienda farmaceutica Guizhentang, la prima a produrre la bile di orso, con circa 500 animali in allevamento che quotidianamente subiscono torture. L’azienda, che punta addirittura ad incrementare il numero di animali detenuti, ha deciso di difendersi dalle accuse permettendo ai giornalisti cinesi di accedere alle sue fattorie. Ma ai giornalisti, che non hanno potuto fare interviste, nel rapido giro concesso, sono stati presentati solo gli esemplari nelle migliori condizioni. Perché la Guizhentang continua a sostenere che il processo sia indolore, così come l'Associazione Cinese di Medicina Tradizionale, nella figura del portavoce Fang Shuting, che ha spiegato: "il metodo di estrazione della bile è semplice, naturale e indolore come aprire un rubinetto".

Per fortuna, sembra che la sensibilità generale de cittadini asiatici stia cambiando e continuano a moltiplicarsi le proteste e le iniziative di coloro che si oppongono all’orribile scandalo delle "fattorie degli orsi da bile". Il merito della diffusione su vasta scala del concetto di protezione di questi animali va certamente anche a Jill Robinson, una battagliera e coraggiosa signora inglese che sta dedicando la sua vita agli Orsi della Luna, con l’organizzazione Animals Asia Foundation. Tutto ebbe inizio nel 1983 quando entrò in una fattoria della bile in Cina, una vera e propria “camera di tortura, un inferno per gli animali”, racconta Jill in una registrazione audio realizzata in diretta. Dopo ben poco tempo Jill scoprì che la bile poteva essere facilmente rimpiazzata con erbe meno care e prodotti sintetici e cominciò senza sosta il suo lavoro in Cina, instaurando relazioni e negoziando con i dipartimenti del Governo, in modo molto risoluto, allo scopo di porre fine a questa pratica crudele.

Il duro lavoro venne ricompensato nel Luglio del 2000, con la firma di uno storico accordo delle autorità cinesi per il salvataggio di 500 Orsi della Luna della provincia dello Sichuan, che prevedeva in prospettiva futura l’eliminazione delle fattorie della bile in tutta la Cina, nonché la promozione delle alternative erboristiche e sintetiche alla bile d’orso. A partire dall’ottobre del 2000, più di 400 fattorie della bile sono state chiuse dal Governo e oltre 245 orsi hanno già ricevuto le cure di Animals Asia, al nostro Centro per il salvataggio dell’orso cinese “Moon Bear Rescue Centre” a Sichuan.

Da allora, gli orsi continuano ad arrivare nelle più disperate e scioccanti condizioni, con ossa fragili, disperatamente ammalati e spaventati. La loro riabilitazione richiede diversi mesi e purtroppo non possono più essere liberati nella natura selvatica: sono indifesi, mutilati, cresciuti in senza le necessarie difese per sopravvivere in natura. Ma con tante cure amorevoli e la continua supervisione veterinaria, la grande maggioranza di loro si riprende. Un grande miracolo a cui può contribuire ognuno di noi non solo aiutando a far conoscere le vergognose torture a cui vengono sottoposti, firmando petizioni e non acquistando prodotti a base di bile d’orso, come tè, tonici farmaci o altri preparati . Ma anche adottando un orso e salvandogli la vita, con poco più di 1 € al giorno: con 35 € al mese è possibile adottare uno degli orsi liberati da Animals Asia Foundation all’interno dei santuari di Chengdu (Cina) e Tam Dao (Vietnam). “La tua adozione –spiega AAF- ci permetterà di regalare al tuo orso cibo, acqua potabile, cure riabilitative fisioterapiche adeguate e assistenza veterinaria per il resto della sua vita”.

Roberta Ragni

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