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Sembra irreale eppure è vero: è notizia di questi giorni il fatto che i fondi stanziati per aiutare le zone colpite dallo tsunami e dal conseguente disastro nucleare in Giappone di Fukushima stiano venendo dirottati per proteggere l'annuale caccia alle balene antartiche.

Si tratterebbe, secondo quanto dichiarato dalle autorità, di circa 2.28bn yen (30milioni di dollari), prelevati da un fondo di ricostruzione e deviati per rinforzare la sicurezza per la flotta baleniera giapponese, che questa settimana ha lasciato in gran segreto il porto Shimonoseki (nel sud del Giappone) sotto stretta sorveglianza (i media locali parlano di un numero imprecisato di agenti della guardia costiera, di una nave di pattuglia e di altre "misure di sicurezza").

La caccia commerciale alle balene è infatti stata sospesa in Giappone nel 1987, ma il Paese sfrutta una scappatoia nei regolamenti internazionali per lanciare quelle che chiama "spedizioni di caccia a scopi scientifici". La carne delle circa mille balene uccise durante queste battute viene in realtà rivenduta per pagare una parte delle spedizioni e sono ben 10milioni i dollari prevenienti da denaro pubblico utilizzati per sostenere ogni anno la campagna.

Quindi, si saranno detti, perché non utilizzare anche il denaro raccolto per aiutare le vittime dello tsunami? L'Agenzia giapponese per la pesca giustifica questa decisione col fatto che una pesca "più sicura" (può essere "sicura" la pesca delle balene?) potrebbe aiutare le città costiere coinvolte nei tragici episodi di marzo a risollevarsi economicamente. Visione ovviamente non condivisa dalgi ambientalisti: "Non solo l'industria baleniera non è in grado di sopravvivere senza grandi aumenti nelle elargizioni governative, ora sta anche attingendo ai soldi stanziati per lo tsunami, proprio nel momento in cui ne hanno più bisogno", ha detto Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Giappone. "Stiamo veramente toccando il fondo, sia per la vergognosa industria baleniera che per i politici insensibili che la sostengono".

Per questo, anche la Sea Shepherd Conservation Society, si prepara ad affrontare questa battaglia contro una spedizione che, si stima, porterà all'uccisione di circa 930 balenottere: "L'anno scorso li abbiamo inseguiti fino in Sud America ed è stato allora che hanno deciso di ritornare indietro prima del previsto", ha detto Paul Watson, capo della società. "Li abbiamo già sconfitti economicamente. Ora dobbiamo sconfiggerli politicamente".

Eleonora Cresci

 

 

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