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Il Mi-Fur, o Salone Internazionale della Pelliccia, aprirà tra pochi giorni a Milano: ci saranno sfilate di modelle ricoperte di pelo, conferenze di pellicceria e pret a porter, servizi personalizzati di conceria, ben 201 aziende espositrici, tanti mariti annoiati e altrettante mogli bisognose di calore. Ci sarà però qualcos'altro che nessuno ruscirà a vedere, e cioé la sofferenza di milioni di animali da pelliccia, come visoni, volpi, procioni, nutrie, conigli, linci, lupi, coyote, castori, scoiattoli, zibellini, ermellini, lontre, opossum... una sofferenza rimossa alla vista e al tatto, ma di cui la Lav – e non solo lei – ha fornito prove incontrovertibili e, purtroppo, raccapriccianti.

Si tratta di foto e video che documentano le terribili condizioni in cui sopravvivono gli animali da pelliccia, soprattutto visoni e volpi. Arti spezzati, gravi patologie oculari, ferite purulente, ulcere e code mutilate sono solo alcune delle pene cui sono condannati questi animali.

Colpa delle strutture fatiscenti, ma anche di scarsa igiene, metodi brutali di uccisione, sovraffollamento e gabbie troppo piccole. E non si parla di paesi del terzo mondo, ma di quella parte d'Europa simbolo della civiltà rappresentata dalla Norvegia, dalla Svezia o dalla Finlandia. I soldi in ballo sono così tanti (1,2 miliardi di euro nella sola UE), che perfino i “buoni”, a volte, sono coinvolti fino al collo: lo dimostra il caso di alcuni allevamenti danesi incriminati dall'associazione animalista Anima, che risultano essere di proprietà di Knud Vest, Presidente di un'associazione, la EFBA, nata per garantire il rispetto delle norme (minime) di tutela degli animali negli allevamenti.

Eppure uno dei primi report sulle condizioni degli animali da pelliccia fu presentato al Comitato Scientifico per la Salute e il Benessere Animale (SCAHAW) della Commissione Europea ormai dieci anni fa, nel lontano 2001. Ma da allora poco o nulla è cambiato. Anzi, il mercato sta crescendo vertiginosamente, e con la rapida ascesa di Cina e India la situazione potrebbe peggiorare ancora. Per lo meno in quanto a quantità. Visto che sulla qualità, peggio di così, sarebbe difficile fare.

In Italia, per fortuna non mancano aziende (American Apparel, H&M, Helly Hansen, Jack Wolfskin, Mango, Oviesse, Adolfo Dominguez, Elvine, Esprit) e catene della grande distribuzione (Coop,Sma – Auchan) che hanno adottato una policy aziendale fur-free e aderito al programma promosso dalla Fur Free Alliance (un’alleanza internazionale di 40 organizzazioni di tutela dei diritti animali e ambientaliste), un progetto che prevede, senza alcun costo per le aziende, l'assegnazione di uno standard internazionale e veicolato al consumatore grazie al "logo" che attesta l'adesione dell'azienda allo standard internazionale Fur-free. Qui l'elenco di tutte le aziende certificate.

Roberto Zambon

Scarica il dossier dell'impatto ambientale degli allevamenti di visoni

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